Il nuovo film di P. Genovese arriva il 12 novembre al cinema
di Patrizia Cantatore
Film d’apertura della Festa del Cinema di Roma 2026, Il rumore delle cose nuove di Paolo Genovese è un dramma corale tratto dal romanzo dello stesso regista, che torna a indagare le dinamiche della coppia dopo il successo di Perfetti sconosciuti e FolleMente.
Il cast è di alto livello: Emanuela Fanelli, Edoardo Pesce, Claudia Pandolfi, Lino Musella, Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Claudio Santamaria, Edoardo Vitalone, Rolando Ravello.
Al centro ci sono tre coppie diverse, estranee tra loro, che vivono a Milano e condividono una stessa gabbia emotiva. La relazione, nata come rifugio, diventa un perimetro in cui nascondersi: ci si sente al sicuro perché si evita di esporsi al mondo e, prima ancora, all’altro. Il conflitto non viene affrontato ma rimandato, aggirato, coperto dalla bugia; il non detto si sedimenta e finisce per governare il rapporto. Genovese mette a fuoco il meccanismo psicologico di fondo: la paura di dire ciò di cui si ha bisogno nasce dal timore della reazione dell’altro, e questo timore si traduce in evitamento, silenzio, inganno. È un’incapacità di tollerare la vulnerabilità che tutela l’immagine di sé a spese della verità del legame.
Le conseguenze non restano confinate nella coppia. Ogni omissione, ogni scelta compiuta per paura, ricade anche sulla vita degli altri, in una trama di effetti a catena in cui nessuno è davvero innocente e nessuno è davvero al riparo.
Il film si interroga anche sulla paternità e sulla maternità. Il desiderio di un figlio, suggerisce, è spesso confuso con altro: il bisogno di omologarsi, di essere riconosciuti, di colmare un vuoto o di rafforzare l’immagine di sé, più che la capacità di donare e di amare. Più in profondo risuona una mancanza di senso, o una fede nella vita che non riesce ad affidarsi all’amore. Ne emerge un narcisismo alimentato dal nostro tempo, che impedisce di riconoscere nell’altro un mondo a sé, un universo che raramente coincide con la sua immagine superficiale.
Un melodramma interessante soprattutto per la prova attoriale del cast, che dà corpo a queste fragilità, ma che non convince del tutto. La struttura narrativa non è sempre salda: i flashback, usati per spiegare le situazioni di partenza, e i ritorni al presente frammentano le emozioni, e i dialoghi risultano a tratti enfatici ed eccessivi, con incroci non sempre credibili.

