di Patrizia Cantatore

Il Minotauro del titolo non vive in un labirinto: abita dentro un uomo rispettabile. È questa la chiave di Minotaur, il nuovo film di Andrey Zvyagintsev, che torna dopo nove anni di assenza (l’ultimo era Loveless, 2017) con un’opera vincitrice a Cannes del Grand Prix speciale della giuria e candidata dalla Francia all’Oscar come miglior film straniero. Presentato anche alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione The Best of 2026, conferma il talento di un regista già Leone d’oro a Venezia nel 2003 con Il ritorno.

Il progetto nasce da un omaggio: Zvyagintsev voleva rifare La femme infidèle (1969) di Claude Chabrol, che per questo figura tra gli sceneggiatori insieme a Semën Lyščenko e allo stesso regista. Ma quando cominciò a lavorarci era il 2022 e la guerra contro l’Ucraina era già iniziata: il tradimento coniugale si intreccia così con il presente del Paese.

Siamo in una città di provincia russa, nel 2022. Gleb è un imprenditore benestante, sposato con la fascinosa Galina e padre di un figlio adolescente. Lo scoppio della guerra sconvolge la sua vita, quella dei suoi dipendenti e dei suoi amici: le autorità cittadine chiedono arruolamenti, l’azienda non può rinunciare alla forza lavoro, e Gleb è costretto a scelte difficili, suo malgrado. Poi arriva la scoperta dell’infedeltà della moglie, che lo devasta e lo spinge a usare il proprio potere senza frenare gli impulsi violenti. Sotto la facciata rassicurante, borghese e paternalistica, emerge un uomo tirannico e controllante, che piega la realtà alla propria volontà: il mostro, appunto, che può nascondersi dietro la normalità di chiunque.

Lo sguardo del regista è quello di un occhio indiscreto: la cinepresa osserva dall’alto, con freddezza, e la caduta di Gleb è annunciata dall’imperturbabilità delle scene familiari. Registra le fughe della moglie, attratta da messaggi e chiamate sconosciute, e l’indifferenza del figlio, tutto preso da sé stesso e dai problemi di adattamento nella nuova scuola. La rabbia repressa finisce per deflagrare nella dittatura degli istinti peggiori. La guerra, che sembra sullo sfondo, abita in realtà anche la famiglia: è un modo di gestire i conflitti che si ripete all’infinito, una visione che Zvyagintsev aveva già espresso in Leviathan e Loveless.

Minotaur è più inquietante del Ritorno e mostra la maturità del regista, capace di accostare immagini di bellezza (la casa nel bosco, il fiume, il rumore dei gabbiani) al marcio delle istituzioni, polizia compresa. È il ritratto di una Russia corrotta, con una cultura fondata su un patriarcato tossico. Lo sguardo è freddo, emotivamente distaccato, come l’eco di un inverno rigido che nasconde la miseria umana sotto la coltre bianca. Un thriller cupo, devastante, sostenuto da interpreti bravissimi (Iris Lebedeva e Dmitriy Mazurov): il finale aperto rende la condanna ancora più spietata.