Museo dell’Ara Pacis dal 5 novembre 2026 al 2 maggio 2027

di Patrizia Cantatore

L’Ara Pacis accoglie lo straordinario prestito di circa 110 opere tra: tavole dipinte, sudari, maschere funerarie, marmi, calchi in gesso e oreficerie antiche. Per la prima volta da duemila anni,  l’Egitto concede in prestito la quasi totalità di questi manufatti antichi, la mostra è un’occasione unica per vederli riuniti nella loro quasi totalità.  Si tratta dei volti del Fayum, circa 50 tavole spesse pochi millimetri (erano infilate tra le bende delle mummie), ritratti  di persone comuni, non faraoni: hanno la barba curata, gli orecchini, i segni simbolici del loro status. Ci parlano di un Egitto cosmopolita dopo la conquista augustea, dove si incrociarono tradizione egizia, cultura greca e modelli romani. Il ritratto di coloro che popolarono il Fayum è  un’affermazione di identità e di status anche se ebbe una stagione breve, dal I al III secolo d.C..

L’Ara Pacis, dunque, rappresenta il luogo d’elezione per queste opere che rappresentano l’incontro tra le culture del Mediterraneo dell’era di Augusto.

La mostra, curata da Claudio Presicce e Laura Petacco, è promossa e organizzata da Roma Capitale (Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina, RTI MondoMostre – Civita Mostre e Musei, Zètema Progetto Cultura nell’ambito delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria di Roma Capitale.

I ritratti del Fayum sono tra le immagini dipinte più celebri dell’antichità e ne restano poco meno di mille nel mondo. Sono tavole di legno spesse pochi millimetri, dipinte a tempera o a encausto (un’antica tecnica pittorica che utilizzava come legante per i pigmenti la cera d’api riscaldata), che venivano collocate sul volto del defunto tra le bende della mummia. Nascono nell’Egitto entrato nell’orbita di Roma dopo la conquista augustea, una società cosmopolita in cui si mescolano tradizioni egizie, cultura greca e modelli romani. Farsi ritrarre significava affermare identità, status e posto nella società. La produzione si concentra tra il I e il III secolo d.C. e poi si esaurisce. Il ritratto romano, di norma scolpito nella pietra, qui diventa pittura: perde corporeità e acquista, con il colore, un’impressione di vita.

Come ha spiegato l’archeologa Paola Davoli, responsabile dello scavo cofinanziato dall’Università del Salento e dal Ministero Italiano degli esteri, nel Fayum si continua a scavare con il supporto delle autorità egiziane e a studiare questa civiltà che è egiziana ma ha radici anche greche e romane.

La particolarità dei ritratti, è la loro antichità e il fatto che si siano mantenuti benissimo grazie alle condizioni climatiche, rappresentano, infatti, uno dei pochissimi esempi di pittura antica arrivata fino ai giorni nostri. Lacerti di pittura antica sono molto rari e limitati, alcuni affreschi di Pompei o Ercolano cristallizzati dall’eruzione sono riemersi con i loro colori vividi, mentre in altri luoghi sono andati completamente distrutti e solo mosaici o sculture hanno resistito all’usura del tempo e ci mostrano le immagini di quelle civiltà.

Recentemente è stato ritrovato ed è visionabile in mostra, anche un ritratto non funerario, ritrovato nel 2022 all’interno della cinta di scavo di un tempio, si tratta di un giovinetto, il manufatto è stato ritrovato sotto la sabbia che lo ha conservato e fu probabilmente il frutto di un furto che fu poi abbandonato dai clandestini che lo avevano trafugato dal tempio. Dapprima interpretato come una ragazza perché aveva una treccia, è stato identificato come un ragazzo che apparteneva ad una ristrettissima Elite di epoca romana, che viveva nel Fayum, sappiamo dai papiri che aveva particolari privilegi, ad esempio tasse molto basse rispetto al resto della popolazione. I figli di questa Elite al 14° anno, facevano il loro ingresso ufficiale nell’Elite donando la treccia in una cerimonia, una vera e propria festa nel tempio che culminava con la consegna della treccia al Dio locale ed effettivamente gli archeologi hanno ritrovato una treccia, chissà se appartenente a questo ragazzo o a qualcun altro, all’interno di un recinto dedicato a due divinità del Pantheon egizio Soknopaios, manifestazione locale del dio coccodrillo Sobek venerato principalmente nella regione del Fayyum e di Iside, una coppia di divinità raffigurate anche all’interno di questa sala per banchetti che ricollegano i ritratti e le raffigurazioni di divinità egiziane con sembianze e stile romano, realizzate a tempera così come molti ritratti del Fayum. 

Come ha illustrato la curatrice Laura Petacco, il percorso espositivo diviso in cinque sezioni, si apre con la maschera funeraria tolemaica del Museo Barracco, ancora lontana dalla fisionomia individuale, a confronto con i ritratti in marmo dei Musei Capitolini e della Centrale Montemartini, con i primi volti del Fayum come anticipazione.

La prima sezione indaga le origini del bisogno di tramandare i volti, con i calchi dalla tomba dei Valerii sotto San Pietro, che documentano il processo dall’impronta sul viso del morto fino al marmo celebrativo. Nella seconda sezione, l’incontro tra le due tradizioni, la maschera che cede il posto alla tavola dipinta. Qui c’è il sarcofago con la mummia della bambina Giupra (Museo archeologico nazionale di Firenze). La terza sezione è la sala dei volti, decine di tavole, ciascuna con nome e storia: Demos e la sua bambina (madre e figlia nella stessa tomba); il soldato dell’Eton College; l’Isidora dal Getty Museum; la magnifica Eirene dal Landesmuseum Württemberg di Stoccarda con la preghiera a Osiride sulla tavola; il volto del giovanetto appena emerso dagli scavi;  il cosiddetto Tondo dei Due Fratelli (capolavoro restaurato da  maestranze italiane nell’ambito del progetto mostra) messi a confronto con i ritratti scolpiti dei Musei capitolini e con i gioielli di Pompei ed Ercolano.

La quarta sezione distingue le tecniche e le materie: encausto e tempera, tipi di legno, bordi tagliati per entrare nelle bende, il lino, lo stucco, il marmo.

La quinta e ultima sezione espone le ultime tavole fino al III secolo d.C., unitamente ai grandi sudari di Antinoe (Antinopolis) provenienti dal Louvre, dove il volto funerario si trasforma anziché scomparire.

Un percorso costruito in sale avvolte in una luce soffusa, per permetterci di entrare in uno spazio quasi sacro ed ammirare i volti illuminati da una luce del tutto simile alle torce antiche, i colori degli incarnati, le espressioni ieratiche e pacificate parlano attraverso il tempo e lo spazio, affermano la loro esistenza di ieri ricordandoci la brevità del passaggio terreno. Gli elementi marmorei, i calchi messi a confronto, fanno risaltare ancora di più le coloriture antiche, quei colori che le sculture hanno perso e che queste tavolette restituiscono in tutta la loro fulgida bellezza.  

INFO: http://www.arapacis.it