di Patrizia Cantatore
Inaugurata ai Musei Capitolini – Villa Caffarelli, la mostra “Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo” è una retrospettiva dedicata al celebre pittore e muralista messicano, capace di dar vita a un’arte che coniuga tradizione e futuro attraverso un linguaggio visivo autonomo e caratteristico della modernità messicana.
Alle circa trenta opere di Diego Rivera si affiancano capolavori di artisti straordinari come Frida Kahlo, José María Velasco, José Clemente Orozco, David Alfaro Siqueiros, María Izquierdo, Tamayo, Lozano, Montenegro, Ruiz, Dr. Atl, Saturnino Herrán e molti altri, per un totale di 140 opere. Nel percorso anche video e fotografie suggestive, tra cui quelle con cui Tina Modotti immortalò Rivera.
Il visitatore ha l’opportunità di ripercorrere la storia dell’arte moderna messicana, al cui centro si trovano Rivera e il gruppo di artisti che seppero intrecciare tradizione, avanguardia e pluralità di linguaggi estetici, dando vita a una fusione tra linguaggio accademico e sperimentazione radicata nel presente sociale.
Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, e dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la mostra è prodotta in collaborazione con MetaMorfosi Eventi e con il Museo Kaluz di Città del Messico, con il supporto di Zètema Progetto Cultura e con il patrocinio dell’INBAL, Instituto Nacional de Bellas Artes y Literatura del Messico, e dell’Ambasciata del Messico in Italia. È curata da Miguel Fernández Félix (direttore del Museo Kaluz) e Alberto González Torres (direttore del Museo Robert Brady).
Il percorso espositivo prende le mosse dalle radici di quel processo, avviato con la nascita del Messico indipendente nel 1821 e con l’esigenza di costruire un’identità culturale capace di rappresentare il Paese in modo eterogeneo e in continua trasformazione. L’arte diventa così lo strumento privilegiato per costruire visivamente il volto del Messico, veicolando idee di trasformazione culturale che coniughino tradizione e modernità e proiettino sulla scena internazionale un’immagine pluralistica, in costante evoluzione.
Nella prima metà del Novecento, l’arte messicana acquisisce un linguaggio e un’iconografia a carattere nazionale, tentando la fusione tra retaggio precolombiano, culture popolari e istanze sociali emerse nel periodo post-rivoluzionario. Le arti visive giocano un ruolo cruciale nella ricostruzione del tessuto sociale del Paese: il movimento Muralista, promosso nel 1921 da José Vasconcelos e portato avanti da José Clemente Orozco, David Alfaro Siqueiros e Diego Rivera, si rivelerà uno dei progetti più influenti sul piano nazionale e internazionale, contribuendo a democratizzare l’arte e a costruire una narrazione epica della storia messicana in cui il popolo — operai e contadini — è protagonista. Nasce un’iconografia nazionale che parla alle comunità e agli spazi pubblici, ridisegnando il ruolo sociale dell’artista.
Quattro le sezioni tematiche, con le opere del XIX e XX secolo più emblematiche di ciascuna e i contributi di autorevoli storici dell’arte nei pannelli e nel catalogo.
*Accademia e tradizione* – La formazione di Rivera nell’eredità ottocentesca e le genealogie del mestiere, tra accademie e scuole di belle arti, aiutano a comprendere le radici tecniche e culturali della modernità messicana.
*Il contributo di Diego Rivera e del Messico alle avanguardie europee* – Il focus degli anni europei si concentra sullo scambio dialogico con il cubismo e l’avanguardia, ma anche sull’apporto originale che gli artisti messicani portarono sulla scena internazionale con la loro nuova sintassi visiva.
*Il Rinascimento culturale messicano* – La stagione successiva alla Rivoluzione, in cui arti visive, letteratura, architettura e musica convergono nella definizione di una moderna identità nazionale, fondendo retaggio precolombiano, tradizioni popolari e istanze sociali.
*Oltre il Realismo sociale* – La disseminazione di modelli e idee al di là dei canoni del muralismo, verso ricerche che ampliano il lessico dell’arte moderna messicana e ne attestano la vitalità nel lungo periodo.
Come ha sottolineato l’ambasciatore del Messico, la mostra — fortemente voluta dal Campidoglio — nasce dalla cooperazione tra due Stati la cui amicizia è consolidata da tempo. Il Sindaco Roberto Gualtieri ha voluto ricordare che l’esposizione «restituisce al pubblico la forza di una stagione artistica in cui, soprattutto dopo la Rivoluzione messicana del secondo decennio del Novecento, l’arte divenne uno strumento di ricostruzione civile, di emancipazione popolare, di riflessione collettiva e di definizione di una nuova identità messicana: profondamente radicata nella propria storia e nelle culture indigene, ma al tempo stesso pienamente moderna, internazionale e cosmopolita».
Un evento che vuole dimostrare non solo il talento artistico di un movimento pittorico che coinvolse gli artisti messicani e il resto del mondo, ma anche il valore della sua funzione pubblica, civile e pedagogica: un’arte che esce dagli spazi a lei dedicati per essere restituita al popolo e alla sua storia collettiva. Un movimento che seppe veicolare gli ideali di uguaglianza, progresso e democrazia, mostrando come una rivoluzione — culturale oltre che politica — debba compiersi anche attraverso l’arte, per ispirare e trasformarla in un diritto di tutte e di tutti.






