di Patrizia Cantatore

Sotto il Colle Oppio, a un secolo esatto dalla Domus Aurea che le precedette, le Terme di Traiano custodivano un segreto che nessuno aveva ancora visto per intero. Da sabato 12 settembre, grazie a un intervento concluso nell’ambito del PNRR – Caput Mundi, il nuovo Museo delle Terme di Traiano apre al pubblico gli ambienti sotterranei del complesso, restituendo a Roma quello che gli archeologi definiscono senza esitazioni un unicum mondiale: il più grande mosaico romano mai rinvenuto e un affresco tra i meglio conservati che si conoscano.

Le Terme, inaugurate il 22 giugno del 109 d.C. su progetto di Apollodoro di Damasco, furono per l’epoca un impianto rivoluzionario: non solo il consueto percorso tra natatio, frigidarium, tepidarium e calidarium, ma un grande triportico pensato per la vita pubblica della città, tra sport, incontri e cultura — il cosiddetto impianto “a giardino”, una novità rispetto alle terme di Nerone, Claudio e Agrippa. Vi si riconosce ancora oggi un’esedra le cui nicchie, troppo sottili per ospitare statue, fanno pensare a scaffalature per rotoli e documenti: una biblioteca pubblica, dove i gradoni dovevano accogliere chi partecipava a letture e riunioni — la materializzazione, letteralmente, dell’ideale del *mens sana in corpore sano*. Restaurata, tornerà a vivere come spazio per eventi e conferenze.

Ma è ciò che sta sotto le fondazioni a riscrivere in parte la cronologia del sito. Costruendo le proprie terme, Traiano scelse — come già Vespasiano con l’Anfiteatro sorto sull’antico stagno neroniano — di restituire alla città un pezzo di quel territorio che Nerone si era appropriato con la Domus Aurea. Gli scavi più recenti hanno riportato alla luce due ambienti di quella stagione, o di poco successivi, la cui destinazione resta ancora oggetto di studio tra gli specialisti.

Il primo tesoro è la cosiddetta Città dipinta: un affresco di circa dieci metri quadrati, databile al I secolo d.C., che raffigura a volo d’uccello una città cinta da mura, con torri munite di una sorta di balconata sommitale simile a una merlatura. Si intravedono due grandi piazze, un’area porticata con statue dorate, un teatro dalla tipica forma semicircolare e un porto che si apre nelle mura come una porta aggiuntiva verso il mare. I colori sono conservati con una nitidezza rarissima per questo tipo di pittura murale, e tutto lascia pensare che la facciata originaria — di cui oggi vediamo solo uno spicchio, tra due arcate di un edificio a tre navate — ospitasse una serie di città diverse, forse tra le più importanti dell’impero nella sua fase iniziale. Quale fosse quella qui raffigurata resta, per ora, un mistero.

Il secondo, e più spettacolare, è il mosaico parietale che gli archeologi hanno battezzato del Poeta e della Musa: la composizione musiva più grande mai rinvenuta in epoca romana. Si sviluppa su una parete di venti metri, articolata in quattro registri. I due superiori compongono una sorta di quinta scenica teatrale — una “scaenae frons” — fatta di edicole ed elementi architettonici a rilievo, con tessere di pietra e di gemme (il blu, spiegano i restauratori, è ottenuto proprio con pietre preziose). Segue una fascia con una veduta portuale di sorprendente precisione: edifici affacciati sul mare, figure sui moli, un’imbarcazione che si avvicina per scaricare il carico. Secondo il sovrintendente Claudio Parisi Presicce non si tratterebbe del consueto motivo decorativo della “villa marittima”, ma della rappresentazione di un porto reale e identificabile. Chiude in basso uno zoccolo di lastre marmoree.

Al centro della composizione, una nicchia di poco più di due metri doveva ospitare la statua del protagonista della scena: un personaggio che viene incoronato con un serto — di alloro, forse — da una figura vista di spalle, mentre accanto compare la personificazione di una disciplina non identificata, tra etica, lirica, tragedia o commedia. A renderlo memorabile è il volto: a differenza degli altri personaggi, idealizzati secondo modelli scultorei noti (due centauri, una figura che richiama il celebre “Diomede con il Palladio”, forse un eroe assimilabile a Enea), il protagonista ha tratti fisiognomici individuali, quasi un ritratto dal vero. Accanto a lui, riconoscibile dal copricapo, una Musa — da cui il nome dato al mosaico.

«Siamo sul Colle Oppio», ha ricordato Presicce in conferenza stampa, «il luogo dove si calarono nel Rinascimento i grandi artisti e umanisti, Pinturicchio, Signorelli, lo stesso Raffaello, per studiare la pittura e il mosaico antichi. Non escludiamo che, attraverso alcuni fori ancora visibili nella superficie del triportico, siano scesi anche qui».

Se le celebri “grottesche” presero il nome proprio dalle “grotte” della Domus Aurea esplorate a lume di torcia da Pinturicchio, Signorelli e Raffaello a partire dal 1480, anche le decorazioni musive scoperte sotto le Terme di Tito potrebbero essere state esplorate dagli artisti del Rinascimento. Ecco perché ora è molto importante lo studio di disegni, schizzi e qualsiasi materiale grafico depositato negli archivi e nelle biblioteche che potrebbero svelare i segreti sepolti in questi ambienti per quasi due millenni.

INFO

Da sabato 12 e domenica 13, la galleria sotterranea e l’esedra saranno aperte al pubblico nei fine settimana, con visite guidate gratuite, in lingua italiana e su prenotazione.

Dal 2 ottobre, le visite si svolgeranno dal venerdì alla domenica. Per ciascuna giornata sono previsti sei turni, alle ore 10.00, 11.00, 12.00, 13.00, 14.00 e 15.00 per un massimo di 15 partecipanti per fascia oraria. Prenotazione consigliata allo 060608.