Museo di Roma – Palazzo Braschi dal 6 ottobre all’11 aprile 2027

di Patrizia Cantatore

Per la prima volta a Roma, una grande esposizione riunisce oltre 140 opere e materiali in prestito dalla Nakamura Keith Haring Collection, la maggior raccolta al mondo dedicata all’artista, insieme con altri prestiti pubblici nel Museo di Roma – Palazzo Braschi.

Haring giunge a New York dalla Pennsylvania, alla fine degli anni ’70, con il suo bagaglio culturale fatto di cartoons, ironia e un punto di vista sull’arte unico, cioè che debba essere accessibile a chiunque, Haring aveva certamente assorbito la lezione del padre, disegnatore di fumetti e cartoni animati, ma anche da una cultura pop formatasi con i personaggi della Disney e del mitico fumettista Dr. Seuss (pseudonimo di T. Seuss Geisel).

Inizia a frequentare la School of Visual Arts di New York, riconoscendosi dapprima nell’Espressionismo Astratto, investigando pattern e forme geometriche, per poi tornare alla composizione di carattere figurativo un paio di anni dopo. 

Artista versatile, utilizzò tecniche e linguaggi unici, opere su carta, disegni, poster e sculture, come le celebri Subway Drawings, disegni a gessetto sui pannelli della metropolitana di New York che lo rivelarono al mondo dell’arte, o i pannelli dipinti a spray nel 1984 lungo l’autostrada FDR Drive di Manhattan o altri oggetti su cui sono impressi i segni personali dell’artista, come la motocicletta Yamaha dipinta proprio durante la sua permanenza a Roma nel 1984 e che è visionabile in mostra.

Keith Haring visse la stagione turbolenta degli anni Ottanta in una New York segnata dalla violenza, dal degrado urbano, dalla droga, ma anche un luogo nel quale le idee circolavano nei club, tra le persone, sulle strade, attraverso un contatto diretto. È la nascita dell’hip-hop e della street art ed è importante che una mostra ricostruisca il percorso di quest’artista eclettico che divenne una presenza fissa della scena artistica e della comunità gay.  Senza dimenticare che si cimentò anche come videomaker, “Painting Myself into a Corner” è uno dei video realizzati da Keith Haring nel 1979, chiara dimostrazione del suo talento abbandonato a favore della pittura.

Artista under Ground noto a pochi, riuscì a trasformare il linguaggio della street art in qualcosa di immediato e personale nient’affatto semplice dal punto di vista formale. Il suo è un lavoro di assemblaggio complesso che non utilizza un disegno preparatorio ma, è qualcosa che si sviluppa nel tempo dell’esecuzione, un tempo rapido quasi performativo. Scrive nei suoi diari sin dal 1978: “Il disegno è rimasto sostanzialmente lo stesso sin dalla preistoria: unisce l’uomo al mondo, vive di magia.”

Raggiunge notorietà e riconoscibilità grazie ai Subway Drawings, per l’estrema affabilità del segno, capace di parlare alle persone, sia che voglia trasmettere un messaggio importante (in mostra si possono visionare dei poster da lui disegnati per le campagne, vere e proprie battaglie civili per il sesso sicuro, contro la guerra, a favore dell’Africa, per i malati di Aids), sia che si traduca in opere che non veicolano direttamente un messaggio.

La sua arte parla direttamente al pubblico attraverso un meccanismo astuto in cui i segni prendono senso dalla combinazione degli uni con gli altri, segni che hanno la qualità di un linguaggio alfabetico che sembrano ispirarsi a una cultura stratificata, ricordano i segni dei totem nella cultura dei nativi americani. Il suo universo iconografico: la piramide, il cane, il bambino radiante, il boombox, i delfini, l’angelo o l’uomo con le ali con le linee irradianti che traducono energia e movimento, non sono semplice decorazione ma si tratta di un sistema visivo per catturare gesti, relazioni, stati dell’essere, con una risonanza emotiva trasversale, capace di parlare a chiunque senza mediazioni culturali.

Sull’arte ha una visione sociale come scrive nei suoi diari: “Il pubblico ha bisogno d’arte, ed è la responsabilità di chi si autoproclama artista rendersi conto che il pubblico ha bisogno d’arte, e non produrre arte borghese per pochi ignorando le masse.”

Haring, infatti, pur muovendosi in quel clima della street art, non vi appartiene in senso stretto, se gli street artist sono autodidatti, lui ha studiato nella Visual Art School di New York e agli inizi degli anni Ottanta ha già trovato il suo linguaggio: sintetico, energico, immediatamente riconoscibile.  Tra il 1980 al 1985 utilizza gli spazi dei cartelloni pubblicitari scaduti della metropolitana di New York per esporre i suoi disegni con il gesso su fogli di carta nera – materiale effimero per eccellenza ma capace di raggiungere migliaia di persone ogni giorno. Un’operazione tecnicamente illegale, sarà arrestato più volte eppure lo rendono riconoscibile ai newyorkesi che cominciano a strappare i suoi poster per portarli a casa, diventando inconsapevoli custodi della sua arte.

Murales, mostre, collaborazioni,  tra cui il memorabile intervento nel 1983 da Fiorucci a Milano, dove ricopre pareti e mobili trasformando un negozio in un’opera totale. Invitato a Roma nel 1984 per la mostra curata da Francesca Alinovi “Arte di Frontiera. New York Graffiti” al Palazzo delle Esposizioni dipinge sulla scalinata esterna un murales (oggi perduto). Si trova a Pisa sulla parete del convento di Sant’Antonio Abate l’ultima sua monumentale opera pubblica permanente, il murale del 1989 “Tuttomondo”.

Dal 1986/1988 apre a New York e a Tokyo il Pop Shop: l’arte entra nel commercio senza perdere il suo carattere sovversivo.

Haring lavora accanto a Jean-Michel Basquiat e Kenny Scharf, e la sua eredità arriva fino a Banksy, Shepard Fairey, Swoon, Barry McGee: artisti che come lui hanno scelto le strade prima delle gallerie, e che nelle gallerie ci sono entrati senza rinnegare nulla. Il suo stile ha contaminato la moda e il graphic design, ridisegnando silenziosamente l’estetica visiva del nostro quotidiano.

All’età di 31 anni l’AIDS lo porta via, come molti di quella generazione cresciuta nella vibrante e pericolosa vita notturna della New York alternativa. La mostra a Palazzo Braschi ce lo restituisce in tutto il suo piglio vitale, Haring ha avuto il privilegio di cambiare il paradigma espressivo di un’intera estetica sociale, il suo segno,  urgente, gioioso, politico, continua a parlare alle nuove generazioni come a quelli della sua generazione che ne conobbero l’estro creativo.