Un film che sembra quasi una presa diretta sulla realtà. Intenso e profondo sui mali del nostro tempo: da una parte l’illusione di poter avere un futuro migliore attraverso il lavoro, dall’altra il mondo del lavoro dove non sei più dipendente ma nemmeno libero, dove sei in balia di chiunque ti consideri solo un numero, una performance, un prodotto da vendere. E’ lo stesso sistema che portò a non considerare gli ebrei, i curdi, gli indiani e perfino gli italiani prima che qualcuno ci aiutasse a diventare il regno dei Savoia, esseri umani e perciò in balia di qualunque schiavista o multinazionale o solo dell’egoismo dei singoli che credono di potersi arricchire come altri hanno fatto prima di loro, alle spalle del povero di turno: che sia un lavoratore del profondo sud d’Italia o dell’Africa, dell’est, o asiatico. Anche solo venti anni fa le cose erano diverse, i paesi avevano un Welfare che ti proteggeva, avevi diritti che nessuno poteva permettersi di calpestare perché i sindacati c’erano e si facevano sentire. Oggi il mondo economico è un mondo senza regole, senza diritti, quando qualcuno calpesta i tuoi diritti calpesta la tua dignità e nella mente si creano le condizioni per una psicosi, una dipendenza di qualsiasi tipo mentre dall’altra parte ti costruisce il deserto dei sentimenti, le culle vuote, gli automi irregimentati della catena di montaggio.
Ken Loach lancia un monito al mondo intero: quel che accade nella periferia di una città qualsiasi inglese accade ovunque, in Francia, in Germania, in Italia, negli Stati Uniti, se non hai avuto la fortuna di nascere in una famiglia che ha costruito in altri tempi il suo posto nel mondo, sei scoperto ed entri nel regime degli schiavi che inseguono un modello sballato. L’unica salvezza è nei giovani, i giovani che rifiutano le etichette identificative della ricchezza, che cercano il loro posto nel mondo che sia distante dai condizionamenti pubblicitari e sociali, che vada all’essenza delle cose, alle vere cose che hanno importanza: l’Amore.