al Teatro Quirino di Roma dal 7 al 19 aprile
di Patrizia Cantatore
Debutto ieri sera per la commedia di Machiavelli, produzione Teatro Quirino Centro di Produzione/Officina Teatrale, con la regia di Guglielmo Ferro. Tra gli interpreti, un convincente Massimo Venturiello nel ruolo di Nicia e un dissacrante Maurizio Micheli in quello di Fra’ Timoteo, insieme ad Antonella Piccolo, Guglielmo Poggi, Marco Imparato, Martina Fatighenti, Enrico Spelta e Matilde Pettazzoni. Le Scenesono di Fabiana Di Marco, le lucidiRosario Calvagna, i costumi di Adele Bargilli, le musiche di Massimiliano Pace, le fotografie diRiccardo Bagnoli
Una commedia rinascimentale trasposta in un presente dominato da finanza, profitto e apparenza, dove i personaggi, affamati di desideri terreni, sono disposti a ogni sotterfugio pur di soddisfarli. Dinamiche che continuano a muovere l’umanità di una moderna global city, così come accadeva nella ricca Firenze rinascimentale.
Se la cupola del Brunelleschi dominava Firenze, la città contemporanea è segnata dai grattacieli, simbolo di una ricchezza proiettata sempre più in alto: superfici solo apparentemente trasparenti, dove le notizie scorrono incessanti e solo in apparenza sono veritiere.
I personaggi si muovono come allibratori che puntano su profitto e desideri: cavalli imbizzarriti domati a suon di banconote, in un continuo piegare la morale all’uso.
La commedia si configura come una critica feroce a una società solo in apparenza cambiata: ha smesso di giustificare le proprie azioni con i sentimenti e si sente autorizzata a ricondurre tutto a un fine utilitaristico.
La scenografia è minimale e modulare: pannelli trasparenti, luci al neon, schermi con grafici finanziari e breaking news. La città emerge come un mondo verticale, competitivo e disumanizzato.
Il giovane Callimaco è un manager rampante, brillante e seduttivo, privo di morale, che usa l’inganno come fosse una competenza professionale. Messer Nicia è un dirigente anziano, ossessionato dall’idea di lasciare un “successore”, senza rendersi conto del ridicolo e del tragico che incarna.
Lucrezia è una donna intelligente, intrappolata in un matrimonio di convenienza, in un sistema dove la maternità rappresenta la perfezione che le manca. Non è inconsapevole: si arrende con lucidità all’inganno, per sopravvivenza e per il desiderio di affrancarsi dal potere del marito.
Fra Timoteo non è il frate corrotto della tradizione, ma un leader spirituale mediatico, di quelli che predicano morale senza praticarla. È forse la figura più pericolosa, perché legittima abuso e cinismo con un linguaggio rassicurante.
Ligurio è il faccendiere, il lobbista, l’intermediario d’affari che, conoscendo i meccanismi del potere, li sfrutta senza mai esporsi. Rappresenta un modello offerto alla comunità: il mediatore tra potenti e non, colui che incarna l’assunto secondo cui il fine giustifica i mezzi.
Una commedia che mostra quanto il potere favorisca l’intelligenza amorale. Una comicità amara e disincantata che ci strappa dalla nostra zona di comfort, ci consente di ridere di un mondo fin troppo familiare, portandoci a riflettere su quanto abbiamo concorso a preparare questo mondo cinico e feroce.
Il lieto fine non è una riconciliazione morale, ma la consacrazione di un sistema che premia i più spregiudicati.
