di Patrizia Cantatore
Cime tempestose (Wuthering Heights), il celebre romanzo gotico di Emily Brontë, ha conosciuto nel tempo numerose trasposizioni cinematografiche, tra le sette e le dieci a seconda delle classificazioni. Dalla prima, del 1939, con il magnetico Laurence Olivier e Merle Oberon nei panni di Cathy, fino all’ultima versione sceneggiata, diretta e co-prodotta da Emerald Fennell, interpretata da Margot Robbie, Jacob Elordi, Shazad Latif, Alison Oliver e Hong Chau.
Quest’ultima trasposizione offre uno sguardo diretto, impietoso, quasi spoglio di consolazioni sulla storia d’amore forse più tormentata della letteratura inglese: quella tra Cathy, figlia di un nobile ormai in rovina, e Heathcliff, ragazzo povero e trattato alla stregua di un servo.
Negli intenti della scrittrice si può leggere il desiderio di mettere a nudo l’infelicità delle donne in una società decadente, che impediva loro qualsiasi reale emancipazione e sanciva una divisione tra le classi sociali tanto rigida quanto crudele. Nel film, tuttavia, emerge con forza un altro tema, più profondo e universale: chi non ha ricevuto amore spesso non sa donarlo. Non agli altri, ma nemmeno a se stesso. Da questa mancanza originaria prende forma una spirale lenta e inesorabile di autodistruzione, capace di travolgere chiunque vi si trovi vicino.
La storia di Cathy, figlia di un uomo consumato dall’alcol e dal gioco, diventa quasi il ritratto morale di un’epoca i cui vizi proiettano la loro ombra fino al presente. Il padre rifiuta di prendersi cura della figlia e ne delega la responsabilità ad altri: a Nelly, la dama di compagnia — figlia illegittima di un lord, anch’essa respinta e costretta a guadagnarsi il pane — e infine a Heathcliff, un ragazzo maltrattato e mai davvero accolto come figlio, più simile a un compagno di giochi, o, come lo definisce il padre di Cathy con crudele superficialità, a “un cagnolino” incaricato di tenerle compagnia. Su queste fondamenta fragili e distorte si costruisce lentamente la tragedia.
Fin dalle prime scene la regista avverte lo spettatore della natura della storia che sta per raccontare. L’apertura è brutale: un’impiccagione osservata con curiosità e perfino divertimento dalla folla, bambini compresi. È un linguaggio cinematografico che parla soprattutto per immagini, riducendo al minimo le spiegazioni e affidandosi invece ai colori, agli odori che sembrano giungere fino a noi, agli spazi, alle atmosfere.
Gli ambienti sembrano quelli descritti dai romandi di Henry Fielding o di Daniel Defoe, restituendo la durezza delle terre del Nord tra Settecento e Ottocento. In questo paesaggio ruvido prende forma una verità antica e sempre attuale: chi non è stato amato difficilmente riesce ad amare davvero, né se stesso né l’altro — che si tratti dell’amore possessivo di Nelly per Cathy o di quello tormentato e assoluto che lega Cathy a Heathcliff.
Quando si è stati rifiutati da chi ci ha generati, la ferita del “non amato” — per usare un’espressione cara ad Alice Miller o a Schellenbaum — difficilmente si rimargina, soprattutto in una società inconsapevole e repressiva come quella ottocentesca. Il film conduce lo spettatore dentro una passione senza misura: un amore che chiede continue prove, segnato dall’incapacità di ascoltare e di comprendere l’altro.
Tra Cathy e Heathcliff esiste un legame viscerale, nato negli anni lunghi e selvaggi dell’infanzia, quando ciascuno riconosceva nel dolore dell’altro il riflesso del proprio. Per questo, quando il mondo — con le sue regole, le sue paure e le sue gerarchie — finirà per separarli, entrambi si sentiranno irrimediabilmente smarriti.
Così accade a Cathy quando entra nella casa di Edgar: lì diventa una creatura senza anima, quasi una bambola elegante destinata a incarnare un ruolo sociale. Si è sposata per sfuggire alla miseria, come molte donne prima e dopo di lei sono state costrette a fare. L’uomo che ha sposato l’ha scelta per la superficie e per ciò che rappresenta; nulla conosce della sua interiorità inquieta. Nelle scene della vita coniugale Cathy appare come un manichino su cui la ricchezza del marito dispone nastri e gioielli, volutamente eccessivi, quasi soffocanti. È il segno visibile e riconoscibile di una prigionia silenziosa che i costumi e gli ambienti che ricostruisce il film rendono ancora più evidente (dal sopracamino in ceramica che ritrae mani fameliche una sull’altra, ai gioielli che diventano sempre più grossolani e volgari che vengono appesi al collo di Cathy).
Solo con il ritorno di Heathcliff qualcosa dentro di lei torna a respirare, come se la vita, per un istante, riprendesse a scorrere nelle sue vene e lei sentisse nuovamente il richiamo di quella Brughiera che è stata l’unica bellezza consolatoria della sua infanzia.
Ho apprezzato il film per lo sguardo che lo attraversa: quello di una donna che sceglie di raccontare dall’interno una passione autodistruttiva, senza addolcirla né romanticizzarla. La regista smonta così la tradizione ottocentesca fatta di sguardi trattenuti, sussurri e grida soffocate, e porta invece in primo piano la natura ambigua e devastante di un sentimento che uomini e donne, feriti nel profondo, possono facilmente scambiare per amore.
In questa storia non c’è redenzione. Cathy e Heathcliff restano intrappolati tra le convenzioni sociali e un desiderio che non conosce tregua. L’amore senza moderazione non è salvezza, è follia che conduce alla distruzione.
****da vedere
