Dopo il trionfo di “Caravaggio 2025”, Roma celebra il sodalizio tra Gian Lorenzo Bernini e Urbano VIII. Un viaggio tra capolavori internazionali, architetture scenografiche e i retroscena di una vita dominata dal genio e dalla passione.
Di Roberto Benatti
«Gran fortuna è la vostra, o Cavaliere, di veder Papa il Cardinal Maffeo Barberino, ma assai maggiore è la nostra, che il Cavalier Bernino viva nel nostro Pontificato».
Se c’è una frase capace di riassumere un’intera epoca, è questa. A pronunciarla fu Maffeo Barberini, appena asceso al soglio pontificio con il nome di Urbano VIII; il destinatario era un giovane scultore di nome Gian Lorenzo Bernini. Non era un semplice complimento, ma una profezia politica ed estetica che oggi rivive nella grande mostra «Bernini e i Barberini», ospitata nello scenario perfetto delle Gallerie Nazionali di Arte Antica.

Secondo atto di un ambizioso progetto triennale – nato sulla scia dello straordinario successo di “Caravaggio 2025”, che ha portato a Palazzo Barberini oltre 400.000 visitatori – l’esposizione, curata da Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi, indaga quella che fu la scintilla del Seicento europeo: l’incontro tra un artista universale e un pontefice visionario.
Quello tra Bernini e il Papa non fu un banale rapporto tra committente ed esecutore. Fu un’amicizia intellettuale, una simbiosi volta a plasmare l’immagine di Roma come capitale dell’arte moderna. Se Michelangelo era stato il gigante del Rinascimento, Maffeo voleva che Bernini fosse il “suo” Michelangelo per il nuovo secolo. Sotto la spinta del Papa, lo scultore prodigio fu costretto a superare i limiti del marmo per diventare architetto, pittore, scenografo e urbanista: il regista unico del Barocco.
Il percorso inizia dalle origini. Accanto a opere di Pietro Bernini, come Adamo, Eva e il serpente (Musée de Tessé, Le Mans), la sezione presenta lavori realizzati in collaborazione tra padre e figlio, tra cui i prestiti eccezionali delle Quattro Stagioni (collezione Aldobrandini) e del Putto con drago (J. Paul Getty Museum, Los Angeles), mettendoli a confronto con capolavori autografi di Gian Lorenzo, come il San Lorenzo (Gallerie degli Uffizi, Firenze) e il monumentale San Sebastiano (Chiesa di San Martino, Jouy-en-Josas, Yvelines) oggi in Francia, presentato eccezionalmente in dialogo col San Sebastiano Barberini (collezione privata).
Il percorso espositivo si apre idealmente là dove l’ambizione barberiniana toccò il cielo: la Basilica di San Pietro. La sezione intitolata «Non plus ultra» ci porta dentro il cantiere del secolo. Qui, un Bernini poco più che venticinquenne riceve l’incarico impossibile: riempire il vuoto sotto la cupola di Michelangelo. Nasce così il Baldacchino, non un semplice arredo liturgico, ma una “macchina scenica” colossale che fonde bronzo, architettura e scultura.
In mostra, disegni e modelli svelano la genesi di questo capolavoro e del San Longino, scolpito da Gian Lorenzo per i piloni della basilica. È qui che prende forma il concetto di “bel composto”: l’arte non è più statica, ma un’esperienza totale che deve avvolgere il fedele, stupirlo e convincerlo della grandezza della Chiesa (e della famiglia Barberini).
Bernini non fu solo l’architetto di Dio, ma il regista dell’immagine dei Papi. La terza sezione della mostra è una sfilata di sguardi che hanno fatto la storia. Dai primi busti di Paolo V e Gregorio XV (con prestiti eccezionali come il marmo dal Getty Museum di Los Angeles), si arriva al cuore del rapporto con Maffeo Barberini.
Mai prima d’ora erano stati riuniti così tanti ritratti di Urbano VIII: busti in marmo e bronzo che mostrano l’evoluzione di un’icona. Bernini non si limitava a copiare i tratti somatici; scolpiva l’autorità. Nel confronto tra il Papa a capo scoperto e quello con il camauro, si legge la trasformazione dell’uomo in sovrano assoluto, dotato di una presenza psicologica che ancora oggi mette soggezione.
Non c’è cornice migliore per questa mostra dello stesso edificio che la ospita. La sezione dedicata al Palazzo racconta la genesi di una residenza che doveva essere manifesto politico. Qui Bernini non fu solo: lavorò in un contesto “corale”, collaborando – e spesso competendo – con giganti come Francesco Borromini e Pietro da Cortona.
Visitando la mostra, si entra fisicamente nella mente di Bernini: la sua concezione del palazzo a pianta ad “H”, aperto verso il giardino e la città, rivoluzionò l’idea di residenza aristocratica. E poi c’è il duello delle scale: da una parte la scala elicoidale di Borromini, nervosa e sperimentale; dall’altra la scala quadrata di Bernini, solenne, ampia, teatrale, pensata per il cerimoniale di corte. Due modi opposti di concepire lo spazio che convivono sotto lo stesso tetto. La mostra documenta come questo palazzo ibrido sia diventato il laboratorio del Barocco, arricchito dai dipinti di Guido Reni, artista venerato dai Barberini.
Sotto lo stemma delle api barberiniane, Roma divenne un alveare di talenti. La sezione «Apes Urbanae» ci presenta la corte di Urbano VIII: intellettuali, cardinali, ma anche figure eccentriche. Qui il confronto si fa serrato: accanto ai marmi di Bernini troviamo opere di rivali come Alessandro Algardi e Giuliano Finelli. Spicca il virtuosistico busto di Michelangelo il Giovane scolpito da Finelli, così dettagliato da sembrare vivo, e il commovente ritratto di Michel Magnan, il nano del duca di Crequy, opera di François Duquesnoy che restituisce dignità e complessità umana lontano dagli stereotipi ufficiali.
Ma è nell’ultima sezione, «La libertà di Bernini», che la mostra tocca le corde più intime e drammatiche. Qui l’arte ufficiale lascia spazio alla passione privata. Al centro della scena c’è il Busto di Costanza Bonarelli, in arrivo dal Bargello di Firenze.

Marmo, 74,5 × 64,2 cm da Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. 81 S
Costanza non era una regina né una santa. Era la moglie di un allievo di Bernini e, soprattutto, la sua amante. Gian Lorenzo la scolpì per sé, senza committenti: la camicia aperta, i capelli in disordine, la bocca dischiusa. È un ritratto di una sensualità sconvolgente, un atto d’amore nel marmo.
Tuttavia, la storia di Costanza ci ricorda il lato oscuro di Bernini. Quando l’artista scoprì che la donna aveva una relazione anche con suo fratello Luigi, la sua reazione fu brutale. Bernini inseguì il fratello per ucciderlo a colpi di spranga (Luigi si salvò rifugiandosi in Santa Maria Maggiore) e ordinò a un servo di sfregiare il volto della bellissima Costanza con un rasoio.
Lo scandalo fu enorme. In una situazione normale, Bernini sarebbe finito in rovina. Ma qui intervenne il “potere di Urbano VIII”. Il Papa sapeva di non poter fare a meno del suo genio: esiliò il fratello, multò il servo e “condannò” Gian Lorenzo a sposarsi con la nobile Caterina Tezio. La povera Costanza, vittima due volte, finì reclusa in monastero.
Questo episodio, terribile e affascinante, chiude il cerchio della mostra. L’esposizione termina con un ritratto pittorico intimo di Urbano VIII e il busto di Thomas Baker dal Victoria and Albert Museum, a testimoniare che la libertà creativa di Bernini – nel bene e nel male – era garantita solo dalla protezione assoluta del Papa. Un’alleanza fatta di arte, sangue e politica che, quattro secoli dopo, continua a stupire il mondo.
Come sottolinea il Direttore Thomas Clement Salomon, questa mostra è il frutto di un lavoro immane e di una sinergia internazionale che riporta a Roma opere assenti da secoli. È l’occasione per guardare negli occhi i busti che pulsano di vita, per ammirare i disegni progettuali e per comprendere come, quattro secoli fa, un Papa e un Artista abbiano deciso di ridisegnare il mondo a loro immagine e somiglianza, lasciandoci in eredità la meraviglia che ancora oggi chiamiamo Roma.
Info utili:
Mostra: Bernini e i Barberini
Dove: Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini – Via delle Quattro Fontane 13, Roma
Date: Dal 12 febbraio al 14 giugno 2026

Vale la pena fare un giretto a Roma, sempre.
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