Casino dei Principi di Villa Torlonia dal 26 novembre 2025 al 29 marzo 2026

di Patrizia Cantatore

Inaugurata a Roma, nell’incantevole spazio del Casino dei Principi, Musei di Villa Torlonia, un’esposizione antologica su “Antonio Scordia. La realtà che diventa visione” a cura di Giovanna Caterina de Feo. La mostra conta circa 80 opere tra tele e disegni, tra le quali, opere provenienti dalle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, altre dalla collezione di Antonio Scordia e da altre importanti collezioni private italiane. Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è prodotta e sostenuta dalla Galleria Mucciaccia con la collaborazione dell’Archivio Antonio Scordia. Supporto organizzativo e servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

Il percorso espositivo, si sviluppa su due piani e offre una panoramica completa dell’opera di Scordia, dagli esordi nella pittura figurativa con la Scuola romana, caratterizzata da impasti pesanti, materici e colori intensi, fino alla sua evoluzione dopo i soggiorni a Parigi e Londra, che lo portarono a prediligere una luce più tersa, nordica, con colori freddi, lucidi e luminosi. Successivamente, l’artista si avvicina all’astrattismo, interpretandolo in modo personale, influenzato dal soggiorno a New York e dal contatto con artisti come Gorky e Kline. Sono esposte opere che non si vedono spesso in pubblico e che rappresentano il percorso artistico di Scordia: pittore, disegnatore, illustratore e anche scenografo per il cinema. Ben inserito nel contesto culturale del suo tempo, conosciuto e apprezzato dalla critica e dalla storiografia, oggi il suo lavoro è meno noto al grande pubblico. L’ultima mostra personale risale al 1977, undici anni prima della sua morte.

Antonio Scordia (1918-1988) nasce a Santa Fè (Argentina) il 16 agosto 1918 da genitori italiani; il padre è un professore d’orchestra che suona la cornetta e il flicorno e, come tanti italiani dell’epoca, era andato in Argentina a “cercare fortuna”. All’età di tre anni torna con la famiglia in Italia e si stabilisce a Roma.  Tra il 1926 e il 1928 rimane orfano di entrambi i genitori, venendo quindi accolto in un istituto francescano in Via Manzoni fino all’età di 18 anni. Tra il 1936 e il 1938 frequenta la Scuola Libera dell’Accademia di Francia. Collabora giovanissimo con giornali e settimanali, vendendo illustrazioni e disegni, grazie all’amicizia col pittore Carlo Barbieri (1910 – 1938), è introdotto nell’ambiente dei pittori romani. Conosce Federico Fellini nella redazione del Marc’Aurelio, con il quale instaura un duraturo rapporto di amicizia e collaborazione.

Tra il 1939 e il 1944 presta servizio militare sul fronte greco-albanese. Ammalatosi, trascorre l’ultimo anno del servizio militare a Roma, presso l’Ufficio Disegnatori del Comando Supremo delle Forze Armate in via Quattro Fontane, dove incontra Leonardo Sinisgalli e Giorgio Vigolo.

Nonostante il periodo difficilissimo, nel 1942 esordisce alla Prima Mostra degli artisti Italiani in Armi che si tiene presso il Palazzo delle Esposizioni. Cannonate a Belovode in Albania, facendosi notare da Virgilio Guzzi in un articolo su “Primato”.  Sono di questo periodo le prime opere esposte in mostra, nel clima figurativo della cosiddetta Scuola romana. Tra i primi dipinti figurano alcuni oli su tela, tra cui un Autoritratto, diversi ritratti della moglie Valentina, il Ritratto del Poeta Sinisgalli.  

Autoritratto con Valentina, Antonio Scordia

Nel gennaio 1945 partecipa alla prima mostra della Libera Associazione Arti Figurative, esponendo in seguito un primo gruppo di opere alla Galleria del Secolo a Roma con Avenali e Cannilla e lo stesso anno sposa Valentina, conosciuta nel salotto di Mario Mafai e apre lo studio in Via Margutta a Roma, dove, alla fine del 1946, prende parte al film Le modelle di via Margutta di Giuseppe Maria Scotese. Alla fine dell’anno, tiene la sua prima mostra personale alla Galleria San Marco, vincendo il “Premio Mensile per i Giovani”. Continua la sua attività come disegnatore, collaborando con la redazione de Il Mercurio. Questo è un periodo di grande fermento, segnato a Roma nel 1946 dalla nascita della Secessione Artistica italiana, poi confluita nel Fronte Nuovo delle Arti. Espone in personali alla Vetrina dei Chiurazzi e alla Galleria L’Obelisco di Roma e partecipa a diverse mostre collettive.

Nonostante i consensi sono per lui “tempi durissimi”, così a fine 1947 decide si trasferirsi con la moglie in Argentina dove rimarrà per circa due anni. Nel periodo argentino espone a Buenos Aires, esegue ceramiche, illustra libri, collabora con disegni a quotidiani e riviste. Torna in Europa sul finire del 1948, soggiornando per alcuni mesi a Londra e a Parigi, dove avrà incontri fondamentali per l’influenza che avranno sulle ragioni della propria arte. Può vedere dal vero la pittura di Picasso e “Les Demoiselles à la rivière” il grande quadro di Matisse del 1917, che lo impressiona fortemente.

Rientrato a Roma, si stabilisce in Via Picardi, ad inizio anni Cinquanta, negli ambienti artistici italiani, si acuisce il contrasto tra “astratti” e “figurativi”. Continua ad esporre sia in Argentina, che a Parigi e Roma, come alla Galleria dello Zodiaco (1950) e Il Pincio (1951). Completa i pannelli decorativi per la motonave Giulio Cesare.  Nel 1952, La seggiola e il gatto è acquistata da Palma Bucarelli per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna alla Biennale di Venezia, nel 1953 partecipa a “Quattro pittori allo Zodiaco” con Mafai, Guttuso e Stradone.

Nelle prime sale della mostra La seggiola e il gatto è esposta accanto ad opere d’impianto post-cubista, come Innaffiatoio in giardino e il disegno Donna in poltrona, anch’esso dalle collezioni della Gnamc, realizzate entro il 1956.

Si prosegue con le tele della seconda metà degli anni Cinquanta, incentrate sul percorso che porterà Scordia verso l’astrattismo. Con opere come Ruderi nel parco a Siesta in campagna, fino a opere come Annuncio e Figura bianca, ambedue del 1959, grandi tele con macchie di colore attraverso le quali, la forma si dissolve progressivamente.  Sono gli anni delle mostre alla Galleria La Tartaruga di Plinio de Martiis (1955 e 1957) o della collettiva alla Galleria Lo Zodiaco, nella quale si schiera sul fronte degli artisti convintamente astratti quali Afro, Burri e Scialoja, un periodo di sperimentazione nel quale il pittore vira con decisione verso l’astrazione, anche se sono il frutto di un allargamento totale dello sguardo sulla realtà. Osservando bene questi quadri, infatti, sottotraccia si può sempre scovare un riferimento figurativo, la memoria di un oggetto particolare, un angolo di finestra, un arco, utilizza sempre di più la spatola, copre con il bianco il disegno, diventa più semplice e leggibile. Ha introiettato la lezione di Picasso e Mirò dandone una sua personale elaborazione, una pittura poetica, colorata e incantata della realtà quotidiana che Maurizio Calvesi descrive come: “…assediata dalla realtà, la realtà dell’esistente, intorno, e soprattutto la realtà dell’esistenza, dentro”.

Il percorso prosegue con un approfondimento dedicato alle grandi tele degli anni Sessanta, tra cui Gorgone, Grande frammento e il Grande interno del 1968, opere che trovano colori caldi, solari, mediterranei, le forme sono dolci, concave e convesse, confermando la sua personale visione. Non si tratta di una pittura generata sulla tela, alla base di tutto c’è sempre il disegno, ogni dipinto è preceduto da disegni su carta, acquerelli, tempere, gouache, una sorta di accumulazione di disegni figurativi che però non servono ad essere rielaborati sulla tela, per Scordia, il disegno ritrae ciò che osserva ma non è rielaborato, è un punto di origine, una traccia nascosta che sarà il colore a restituire come immagine da cogliere alla prima occhiata. Sfoltisce lo spazio della tela, sottrae contorni, intercetta i giusti ritmi, trova una voce personale che si differenzia dagli altri, è un solitario e melanconico ma non antisociale, incontra i suoi colleghi, i letterati del suo tempo, discute, conduce la conversazione, eppure il velo dell’oblio sembra averlo avvolto dopo la sua morte.

L’esposizione prosegue al piano superiore con una selezione di opere liriche e mature degli anni Settanta e Ottanta, come Specchio Blu del 1978, Specchio rosa del 1982 e Pietra Lavica del 1986, opere nelle quali la verve creativa di Scordia continua a muoversi verso una continua ricerca dal confronto con la realtà.

La parte finale della mostra è dedicata alla poco nota attività dell’artista nel campo delle arti decorative, documentata da alcune ceramiche degli anni Quaranta, dipinte nello Studio Galassi, e soprattutto dall’arazzo realizzato, su suo cartone, nel 1962 per la Turbonave Raffaello. Quest’opera segna un momento di particolare rilievo nella sua produzione e costituisce il prodromo del monumentale arazzo eseguito pochi anni più tardi per il Ministero degli Affari Esteri, oggi conservato nella Sala dei Trattati Europei “David Sassoli” alla Farnesina.

L’intero percorso espositivo è accompagnato da disegni inediti provenienti dall’Archivio Antonio Scordia.

Selezionato nel 1958 da Lionello Venturi tra gli undici Pittori italiani d’oggi (Afro Basaldella, Renato Birolli, Bruno Cassinari, Antonio Corpora, Mario Mafai, Fausto Pirandello, Giuseppe Santomaso, Toti Scialoja, Antonio Scordia, Giulio Turcato, ed Emilio Vedova), il lavoro del pittore fu seguito con attenzione da poeti, critici e storici dell’arte.

Tra i primi, l’amico Toti Scialoja sin dal 1945 e il poeta Leonardo Sinisgalli, successivamente Maurizio Calvesi lo presenta in catalogo alla VII Quadriennale di Roma (1955), alla XXVIII Biennale di Venezia (1956), alla personale romana all’Attico di Bruno Sargentini nel 1959 e in numerose esposizioni successive, fino all’ultima, postuma, nel 1988 alla Galleria dei Banchi Nuovi, descrivendo la pittura di Scordia come una: visione dai contorni nitidi ma non rigidi, appena sbavati, pittoricamente respiranti, irre­golarmente curvilinei o talvolta segmentati, mentre i fon­di coprenti, bianchi o azzurri, rossi o rosati, ocra o neri, diventavano il piano d’appoggio di una profondità inde­terminata e avvolgente, come uno spazio tutto filtrato nel colore”.

Molti i critici che apprezzavano e seguirono la sua evoluzione artistica: Enrico Crispolti, Nello Ponente e Lorenza Trucchi, che recensì costantemente le mostre di Scordia sulle pagine della Fiera Letteraria. Anche Giulio Carlo Argan sottolineò la coerenza del pittore, scrive nel 1974: “Da trent’anni [Scordia] vive i contrastanti eventi dell’arte nel mondo con un fer­vore moderato soltanto dalla civile determinazione di capire tutto e non subire nulla. Non ha mai fatto il passo più lungo della gamba, ma neppure un passo all’indietro”.

La mostra è accompagnata da un catalogo monografico, edito da Silvana Editoriale, con un’introduzione di Giuseppe Appella, un saggio della curatrice Giovanna Caterina de Feo, testi di Gregorio Botta, Carlo Alberto Bucci e Giulia Silvia Ghia, la riproduzione di tutte le opere in mostra e una ricca selezione di apparati e testi critici.

Questa mostra evidenzia, finalmente,  il ruolo importante di quest’artista nel suo tempo.

Le sue affermazioni, quasi un manifesto della sua arte, furono rivelate nell’intervista a Luigi Lambertini nel 1979, per il catalogo della mostra “I segni dell’esistere”, dove dichiarava: «Per me il privato può diventare sociale. E dal privato mi muovo. La mia immaginazione parte dalla vita che mi circonda, senza sentirmi distante o assente. È importante conoscere tutto, ma bisogna essere determinati e fare le proprie scelte sentendole necessarie. In questo modo si può muoversi con libertà. Ho fiducia nella mia immaginazione, ma alla fine conta la forma e la chiarezza del linguaggio.»