di Patrizia Cantatore
Roma accoglie il ritorno del Visionario per eccellenza, dal 17 ottobre 2025 al 1° febbraio 2026, nelle sale di Palazzo Cipolla, si è aperta la mostra: “Dalí Rivoluzione e Tradizione”, un percorso che promette di restituire l’intera parabola creativa del maestro catalano, tra avanguardia e classicismo, provocazione e disciplina.
Promossa da Fondazione Roma in collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, l’evento si inserisce nel più ampio disegno del Museo del Corso – Polo museale, che la Fondazione sta modellando come un laboratorio di cultura aperta, inclusiva e fortemente identitaria per la città. Dopo il successo dell’esposizione dedicata a Picasso, Roma tenta ora un nuovo dialogo con l’altro grande nume tutelare del Novecento.
Curata da Carme Ruiz González e Lucia Moni, sotto la direzione scientifica di Montse Aguer, l’esposizione raccoglie oltre sessanta opere tra dipinti, disegni, documenti e materiali audiovisivi, provenienti dalla Fundació Dalí e da istituzioni come il Museo Reina Sofía, il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, il Museu Picasso di Barcellona e le Gallerie degli Uffizi.
Il titolo, Rivoluzione e Tradizione, riassume con precisione chirurgica la tensione che attraversa tutta la vita di Dalí, artista che amava definirsi “surrealista anche quando non lo era più” appare qui non solo come un semplice protagonista delle avanguardie, ma come un “pittore in lotta con la storia”.
Se nei primi anni, Dalí sperimenta linguaggi nuovi – dal cubismo al dadaismo – fino a elaborare il celebre “metodo paranoico-critico”, capace di dare forma visiva al pensiero irrazionale. L’incontro con Pablo Picasso, avvenuto a Parigi nel 1926, segna la sua iniziazione: ammirazione e rivalità convivono, come in un gioco di specchi che riflette l’inquietudine del giovane Dalí di fronte al genio del suo tempo. La mostra ne ripercorre le tracce con opere simboliche come Tavolo di fronte al mare. Omaggio a Erik Satie
e Figure distese sulla sabbia, visioni sospese tra sogno e materia.
Dalí era fortemente influenzato dalla psicoanalisi (in particolare da Sigmund Freud) e dal mondo dell’onirico. Ad esempio nelle opere compaiono cassetti che si aprono, corpi che si trasformano, ambienti sospesi tra realismo e allucinazione. I simboli ricorrenti (orologi sciolti, rinoceronti, animali strani, spazi vuoti) servono a evocare tempo “molle”, deformabile come gli orologi che si sciolgono, mentre i paesaggi, le figure e gli oggetti evocano la memoria, il sogno, l’ossessione, la sessualità, la morte, il desiderio. Non si tratta di “sogno puro” in senso romantico, egli mescola sogno + tecnica pittorica rigorosa + riflessione scientifica, è interessato a fisica, relatività, materia. Inventa il metodo paranoico-critico, che si basa sull’idea che la mente possa “forzare” associazioni particolari fra oggetti, immagini o concetti apparentemente non correlati, tramite uno “stato paranoico” controllato e critico. Le opere diventano così “fotografie di sogni dipinte a mano”, una realtà rovesciata, frammentata come “In Search for the fourth dimension”.

Dalí desiderava fissare sulla tela immagini derivanti dall’inconscio o da visioni analoghe a sogni/ossessioni. Questa procedura gli permetteva di sovvertire la logica “normale” e far emergere il conflitto tra razionalità e irrazionalità, tra coscienza e inconscio. In pratica: oggetti realistici (orologi, mobili, paesaggi) sono inseriti in contesti illogici o deformati, per generare straniamento e far emergere un significato simbolico, per invitare lo spettatore a vedere le realtà al di là dell’apparenza.
Il percorso ci accompagna poi “nel ritorno alla tradizione” esplorando una chiave più interessante e spesso sottovalutata di Dalí, egli non rimane ancorato esclusivamente al surrealismo puro, ma in un secondo momento vira verso un recupero della tradizione, del classicismo e della fusione arte‐scienza.
Sarà, infatti, attorno agli anni ‘40-’50 che Dalí proclama la volontà di “diventare classico”, non come imitazione, ma come un gesto di rottura rispetto alle avanguardie, una dichiarazione di sfida. Studia i grandi maestri (Diego Velázquez, Johannes Vermeer, Raffaello) e ne assume linguaggio, luce, armonia. Da qui nasce la fase della “mistica nucleare” (o “metafisica atomica”, a volte “antimateria”), è il Dalí di Velázquez, Vermeer e Raffaello, studia la luce, la prospettiva, la perfezione formale per poi smontarle e ricomporle secondo le leggi della scienza atomica e della geometria sacra tentando di spiegare visivamente l’universo della materia, dell’atomo, della fisica quantistica unito a simboli religiosi/spirituali. In questa fase la pittura appare più pacata, più classica nel tratto, ma il contenuto è ancora visionario: sfere che circolano, corpi che si scompongono, materia che si disintegra.
Dalì è anche il pittore amante della pennellata precisa, dei dettagli curati, della resa cromatica quasi fotografica, nonostante il soggetto possa essere irreale. Una tecnica realistica che è funzionale alla resa inquietante dell’elemento sovversivo: l’oggetto è riconoscibile, ma lo scenario in cui appare è strano, deformato, estremo. Un tentativo di “agganciare” lo spettatore dalla forma realistica e poi scuoterlo con il contenuto: questo è lo scarto che centra la poetica di Dalí.
Opere come “La perla. L’infanta Margarita d’Austria secondo Velázquez” (1981), “La scuola di Atene / El incendio del Borgo” (1979), incarnano l’equilibrio tra mistica e modernità, spiritualità e fisica quantistica. Una fusione tra Rinascimento e Meccanica subatomica che resta uno dei capitoli più originali e meno indagati della sua produzione, la mostra lo valorizza con rigore museografico, senza indulgere alla spettacolarizzazione che spesso accompagna il nome dell’artista.
L’esposizione tenta di restituire l’artista alla sua dimensione intellettuale, attraverso anche le fotografie di Francesco Català Roca e Juan Gyenes mostrando l’artista assorto nello studio dei maestri, intento a decifrare i “segreti magici” della pittura, ridefinendo la caratura di Dalì più prossima al pensatore rinascimentale che al clown mediatico che ha tentato di farne la cultura pop.
La scelta dei curatori fa eco alle parole di Montse Aguer, che invita a “riscoprire un Dalí grande maestro, da leggere accanto a Picasso, Velázquez, Vermeer e Raffaello”, ed è proprio questo il quid della mostra, liberare Dalí dal cliché del surrealista eccentrico per restituircelo come intellettuale inquieto e sistematico, sospeso tra fede e follia, scienza e immaginazione.
Fondazione Roma consolida la vocazione internazionale del Museo del Corso – Polo museale, come con le recenti esposizioni su Picasso o la presentazione del capolavoro di Chagall. La programmazione per il 2025-2026 prevede l’ “Omaggio a Carlo Maratti” e la mostra “Da Vienna a Roma. Meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum” una serie ambiziosa, che vuole restituire a Roma il ruolo di protagonista nel panorama museale europeo.
Dalì. Rivoluzione e Tradizione è un’esposizione che ci permette di scoprire un’artista capace di fondere la precisione tecnica alla realtà visibile con immagini dell’inconscio e del sogno, elevando la pittura a strumento di conoscenza irriguardosa, provocatoria e profonda e allo stesso tempo, scardinare il tempo e la materia, tornare alle radici della pittura classica e della spiritualità.
Una vera rivoluzione, che sa guardare al passato per reinventare il futuro.
INFO: https://museodelcorso.com/dali-rivoluzione-e-tradizione/
Biglietto € 18,00










