di Patrizia Cantatore
Il film presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025, è un documentario nato dall’esigenza di utilizzare le moltissime immagini inedite ritrovate e farne un racconto articolato. Infatti, dopo l’esperienza con “The Rossellinis” (2021), Ilaria de Laurentiis (montatrice), Raffaele Brunetti (regista e produttore) e Andrea Paolo Massara (sceneggiatore), affascinati dalle scoperte fatte durante quel film, ampliano la loro ricerca a livello internazionale, raccogliendo filmati, lettere, articoli, biografie e documenti. L’obiettivo è raccontare il periodo poco conosciuto ma decisivo, degli “ultimi vent’anni di vita di Rossellini”, segnati da crisi, trasformazioni artistiche e personali, d’intensa ricerca intellettuale e desiderio di conoscenza. Ne viene fuori un film capace di cucire il dialogo e il materiale raccolto, in una tessitura che ricostruisce in un linguaggio intimo, autentico ed emozionante, il ritratto del grande regista.
È il 1956, Roberto Rossellini che ha 50 anni, sta attraversando una profonda crisi, sentimentale e artistica. I grandi successi come Roma Città Aperta e Paisà sono ormai un ricordo lontano. I guai con i critici, i produttori e la seconda moglie, la star di Hollywood Ingrid Bergman, lo hanno stremato. I film della coppia Bergman-Rossellini: Stromboli, Europa 51 e Viaggio in Italia, sono un insuccesso di critica e pubblico e la coppia entra in crisi diventando l’oggetto preferito della cronaca scandalistica, che li attacca con ferocia.
Ingrid decide di tornare a lavorare a Hollywood, la sua vita artistica non può essere legata solo a Roberto e le proposte che arrivano dall’America risolvono molte delle preoccupazioni economiche. Roberto minaccia di schiantarsi con la sua Ferrari.
“I problemi della nostra vita artistica e i debiti crescenti mi preoccupavano a dismisura. Roberto si era intestardito a volermi come interprete dei suoi film. In realtà io non lo ispiravo più e ormai l’avevamo capito entrambi, anche se nessuno osava affrontare l’argomento. I silenzi si facevano sempre più frequenti. Roberto non era felice.” (I. Bergman)
Proprio nel pieno di questa crisi, Rossellini incontra il Primo Ministro indiano Nehru che gli propone di documentare i progressi dell’India, giovane nazione indipendente. Rossellini accetta, è eccitato dall’idea, eppure è anche preoccupato da quello che lo aspetta, fa testamento, mette nel bagaglio 100 chili di spaghetti e l’8 dicembre del 1956 si imbarca per Bombay.
“I produttori non vogliono più farmi lavorare, il mio discorso non li interessa più. Ho accettato l’offerta che l’India mi ha fatto. Alla vigilia della mia partenza non riuscivo a dormire. L’ansia, l’eccitamento, l’angoscia, l’avventura che avrei tentato mi davano questa insonnia. Sarei ritornato? Avrei mai rivisto i miei luoghi?” (R. Rossellini)
Questa esperienza segnerà la sua rinascita artistica e sentimentale, scoprirà la profondità di una cultura antica, che si confronta con le sfide della modernità e ne sarà affascinato.
“Rossellini aveva cinquant’anni, eppure noi non riuscivamo a stargli al passo. Poteva guidare e parlare di cinema per diciotto ore consecutive. Era veramente un maestro. Con lui nulla era scritto. Lo ascoltavamo senza perdere una parola. Seguivamo le avventure della sua mente, della sua creazione.” (Jean Herman, assistente di R.R. in India)
L’India sarà anche la cornice del suo amore per Sonali, moglie del regista Harisadan Dasgupta, che aveva assunto come sceneggiatrice. La stampa cavalca lo scandalo, e il girato viene sequestrato dal Governo indiano, solo l’intervento di Ingrid Bergman presso Nerhu, riesce a salvare il film.

Roberto torna in Europa con Sonali e la coppia Bergman-Rossellini si separa. La nuova coppia si stabilisce a Parigi conducendo una vita appartata, si nascondono dai paparazzi, sono ospiti del fotografo Henri Cartier- Bresson, dove Rossellini monta il film con Tinto Brass, allora giovane cineasta vicino ai Cahiers du Cinéma. Nella capitale francese si rafforza il legame con i giovani intellettuali della Nouvelle Vague, che riconoscono in Rossellini uno dei padri ispiratori che daranno un nuovo impulso alla critica sul suo cinema, riportandolo alla ribalta.
“All’epoca si sentiva decisamente incompreso. In Italia e in America lo attaccavano, ma la reputazione di Rossellini era mondiale.” (F. Truffaut)
Con il materiale girato in India, realizza il film documentario India Matri Bhumi, acclamato al Festival di Cannes del 1959 e una serie per la televisione di 10 puntate, in due versioni, per la neonata tv italiana e per quella francese. I grandi registi dell’epoca criticano e snobbano il neonato mezzo televisivo. Fellini dichiara: “Quella scatola che abbiamo nelle nostre case è la fine di tutto”. Rossellini, contrariamente afferma, che il cinema è morto e la tv è l’unico futuro possibile per l’audiovisivo.

“Il cinema non lo rimpiango. È un vecchio discorso. Io non sono un necrofilo. Per questo lavoro serve invece la televisione.”(R. Rossellini)
La sua sete di conoscere e comunicare trova nel mezzo televisivo, il “contenitore” ideale, studia e sperimenta tecniche di ripresa che abbattano i costi di produzione, inizia ad autoprodursi, anche se ciò significa, essere soggetto a un’instabilità economica. Si dedica a film biografici di grandi personaggi della storia ed è attratto dalla ricerca scientifica, frequenta le università americane dove partecipa a conferenze e incontra scienziati. Progetta interviste a protagonisti della contemporaneità come il presidente del Cile Salvador Allende.
A maggio del 1977 il Festival di Cannes gli propone la presidenza della giuria. Lui accetta a condizione che si apra un dibattito sul rapporto tra cinema e televisione. In quell’edizione vince con grande sorpresa e scandalo Padre Padrone dei fratelli Taviani. Un film prodotto per la televisione con pochi mezzi. Il verdetto della giuria è pesantemente criticato. Solo un mese dopo, il 3 giugno 1977 Roberto Rossellini muore.
Il film ci propone un ritratto inedito di Rosselllini, liberandolo dai cliché e dalle etichette che ne hanno limitato l’immagine pubblica. Il film d’archivio restituisce i tratti del carattere rivoluzionario, contraddittorio e autentico, come artista e come uomo. La narrazione si muove su due piani: da un lato i materiali d’epoca che documentano la sua figura pubblica, dall’altro le voci fuori campo tratte dai suoi scritti e da quelli di chi gli fu vicino negli ultimi vent’anni. Le interpretazioni vocali sono affidate a un cast d’eccezione: Sergio Castellitto (Rossellini), Kasia Smutniak (Ingrid Bergman), Isabella Rossellini, Tinto Brass, Silvia D’Amico, Vinicio Marchioni (Renzo Rossellini), Pierluigi Gigante (Aldo Tonti) e Bertrand Chaumeton (François Truffaut). Il montaggio intreccia le voci intime con interviste televisive, dibattiti radiofonici e conferenze pubbliche, componendo un mosaico visionario e realistico. Molti materiali, inediti, provengono da archivi sparsi tra Italia, India, Francia, Spagna, Stati Uniti, Svizzera e Canada.

