di P. Cantatore
Tratto dall’omonimo libro di Federica Angeli, il film ricostruisce i fatti, relativi alle 48 ore precedenti l’omicidio di Willy Montero di 21 anni a Colleferro il 6 settembre 2020.
Il regista, Vincenzo Alfieri, fa iniziare il film proprio dall’omicidio già accaduto e ripercorre a ritroso la ricostruzione della vita sia di questi ragazzi coinvolti nella violenza, sia della vittima che dei suoi amici.
Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2025, nella sezione Progressive Cinema, uscirà nelle sale il prossimo 20 novembre, è un ritratto della gioventù contemporanea e della comunità che gli gravita attorno. Le famiglie con le loro difficoltà, i ragazzi con i loro sogni, desideri di riscatto e di autodeterminazione, come Willy, giovane diplomato all’alberghiero, che aveva cominciato a lavorare in un ristorante stellato, sognando il salto attraverso la sua rivisitazione di una ricetta da sottoporre allo Chef.
Uno spaccato della vista di questi giovani, sottolineando come arrivino impreparati al lavoro, soprattutto sotto l’aspetto psicologico, responsabilità questa anche delle famiglie, troppo prese dai propri sensi di colpa per la loro assenza e allo stesso tempo desiderosi di offrire ai figli ciò che a loro è stato negato o perché incapaci di occuparsene profondamente.
Ragazzi che cercano scorciatoie, spaccio, prepotenza e violenza, quella che è stata insegnata loro da quelle stesse famiglie disgregate e violente e, che a loro volta, utilizzano per avere approvazione dai loro coetanei.
Come si può, non avere paura del futuro in certe periferie, dove la sopraffazione arriva ancora prima che dalla società, dalla famiglia stessa? Una gioventù che ha smarrito il coraggio di affrontare il futuro, perché nessuno ha insegnato loro come credere in sé stessi, anzi, spesso le famiglie sono le prime a togliere ogni speranza.

Anche i rapporti con l’altro sesso sono di dipendenza, violenza, senza che la frustrazione possa essere accettata, perché il branco vede l’accettazione come una sconfitta e il fallimento come un segno di debolezza, determinando un ruolo subalterno nel gruppo di riferimento.
Sullo sfondo la “pandemia” i suoi obblighi e i suoi danni, così la violenza e la perdita di controllo sono continue, basta davvero poco, quei maledetti 40 secondi durante i quali si può tramutare tutto in tragedia, coinvolgendo proprio chi aveva imparato il controllo, si era integrato ed era pronto a vivere il futuro.
Lo spettatore cavalca l’ansia dell’attesa, anche se gli avvenimenti si conoscono, le scene della violenza gratuita e senza senso che provocano la morte di Willy, restano piuttosto nel mistero dei fatti che accadono in quegli interminabili quaranta secondi.
La comunità non sarà più la stessa, né quei giovani potranno dimenticare, il film è la voce che può tramutare il male in memoria, perché non possa ripetersi.
Vincenzo Alfieri confeziona un film che cattura l’attenzione, dirigendo con perizia sia gli attori professionisti, tra cui i bravi Francesco Gheghi e Francesco Di Leva, che i giovani selezionati con lo “street casting”, riuscendo ad esprimere una sua personale visione, non troppo lontana da quel mondo dei “ragazzi di vita” di Pasolini.

Il film si è aggiudicato il Premio Speciale della Giuria al Cast alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, ricevendo un importante riconoscimento per il coraggio, la sensibilità e l’impatto sociale della sua narrazione.

Grazie per la recensione!!!!
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