Ancora 5 giorni su Rai play questo film documentaristico dove Gere si supera calandosi in modo magistrale e marginale nel personaggio.
Spiccioli? Qualche spicciolo? L’uomo che tiene un bicchiere di carta in strada sembra, da lontano, un tipo con un berretto di lana e pantaloni sgualciti.
Solo che questo è Richard Gere, e se guardassi un po’ più da vicino, riconosceresti quei bei capelli d’argento e quella faccia cesellata. E quelle persone per le strade sono veri newyorkesi che spesso camminavano accanto alla star del cinema, ignari, mentre il regista Oren Moverman stava girando, dimostrando – se fosse necessario dimostrarlo – che non sembrano davvero dei senzatetto tra noi, anche se diamo loro un po’ di soldi.
Ma anche il personaggio di Gere, George, chiaramente non ha alcun desiderio di essere guardato. Un atto d’amore per Gere, che qui è anche produttore per tutte le persone che vivono questa condizione. L’attore riesce a commuoverci profondamente, proprio perché non richiama l’attenzione su di sé con un’umiltà a volte desolante.
Le inquadrature sono distanti, marginali ti lasciano una sensazione di rivivere la sua condizione. Tra i vetri, tra i passanti, in metrò in posizioni defilate, lo sguardo cerca un equilibrio che non trova.
