Sul dolce più antico e popolare di Napoli l’urbanistica della città:la decorazione a “grata” sulla pastiera, con sette strisce (quattro in un senso e tre nel senso trasversale), a croce greca, rappresentano la “planimetria” di Neapolis, l’antica Napoli greca, i tre Decumani e i quattro Cardini che li attraversano in senso trasversale;
Questo dolce, in maniera simbolica, è l’offerta alla Sirena Parthenope e agli Dei, dell’intera Città stessa, come sublime e collettivo atto di devozione.
Infatti, nella mitologia classica napoletana è noto che la pastiera era un dolce sacrificale che veniva offerta alla Sirena Parthenope (sì, lei, quella che cercò di sedurre Ulisse e che senza riuscirci si lasciò annagare e il suo corpo fu ritrovato da alcuni pescatori sullo scoglio di Megaride, dove oggi sorge il castel dell’Ovo, il castello in mezzo al mare) ed un’antica leggenda, il cui ricordo è ancora vivo, racconta che:
<<Parthenope, ad ogni Primavera si manifestava al popolo di Neapolis e lo allietava con la sua voce incantatrice, con canti d’amore e di gioia di vivere!
Una volta il canto della Sirena fu così soave e generoso di emozioni che i Neapolitani la vollero ringraziare per questo prezioso dono, offrendole quanto di più prezioso essi possedevano.
Sette fra le più belle giovani della Città, in rappresentanza delle sette principali “fratrie”, ebbero l’incarico di portare i doni alla bellissima Parthenope:
1) la farina, a simboleggiare la forza e l’abbondanza della campagna;
2) la ricotta, omaggio dei pastori e delle pecore che pascolavano libere nei campi;
3) le uova, simbolo di vita che sempre si rinnova;
4) il grano tenero, bollito nel latte come simbolo dorato della vita germogliante e rafforzato dal primo alimento della vita;
5) l’acqua di fiori d’arancio, come l’omaggio più profumato della Terra;
6) le spezie, come omaggio dei popoli più diversi che a Neapolis sempre trovano accoglienza;
7) lo zucchero, per esprimere la dolcezza che il canto di
Parthenope racchiude e che dona all’Universo.
La Sirena Parthenope, felice di questi doni li portò al cospetto degli Dei per mostrare loro la Generosità e l’Amore del popolo napoletano e questi, inebriati essi stessi dal canto soave della Sirena, mescolarono i doni e crearono la Pastiera!>>
Un dono divino che solo Napoli, da quel tempo lontano e per sempre nei secoli avvenire, ha il privilegio di riprodurre e di condividere anche con il Mondo intero!
In epoca greco-romana la Pastiera era, dunque, l’offerta sacrificale simbolo di rinascita primaverile, che le sacerdotesse di Cerere, durante i riti primaverili, portavano in processione insieme alle uova ed a fasci di grano, tutti simboli di vita nascente.
(Percorrendo Via San Gregorio Armeno, sul lato destro salendo la strada, affianco ad una delle famose botteghe artigiane, un attento osservatore noterà, inglobato in un muro perimetrale, un blocco marmoreo raffigurante proprio una sacerdotessa di Cerere recante in mano un fascio di grano e che faceva parte di un più esteso bassorilievo rappresentante la processione rituale)
Una “riscoperta” di questo classico dolce pasquale, si dice dovuto alle suore di San Gregorio Armeno che nel loro monastero, fondato nello stesso luogo dove sorse il Tempio di Cerere, ricrearono la pastiera con gli attuali ingredienti: farina, ricotta, grano, uova, l’acqua di mille fiori (in origine fatto solo con le essenze delle arance coltivate nel giardino del monastero), il cedro e le spezie aromatiche che esse portarono dal lontano Oriente, dal quale fuggirono a seguito delle persecuzioni religiose.
Sono sette gli ingredienti nell’antica Neapolis e sette le striscioline di pasta frolla che sono adagiate sulla pastiera classica ed originale per completare e conservarne l’antico aspetto simbolico sacrale.
E’ nel sec. XVI, con l’ampliamento della Città al di fuori delle antiche mura perimetrali delle origini che queste strisce di pastafrolla che decorano la parte superiore della pastiera, cambiano la combinazione geometrica (da croce greca) assumendo la caratteristica disposizione obliqua con la divisione dello spazio superficiale per rombi, espressione più tipica dell’epoca barocca e che oggi è la decorazione ampliamente più diffusa e che arriva a “superare” il canonico e sacro numero sette delle origini.
Quando la mangiatre, ad ogni boccone ricordatevi che era un dono sacrificale per gli Dei dell’Olimpo (che a Napoli sono da sempre di casa).
