Entri alla mostra e si presentano delle bellissime frasi ispirate. Mi hanno colpito particolarmente queste : Si chiede a Gio Ponti: “Dove si va? “dal pesante al leggero, dall’opaco al trasparente, dal corruttibile all’incorruttibile, dal composto all’unito”. Gli si chiede ancora: “Perché i giovani credono nella tecnica? “per la moralità della tecnica”.

Possiamo ammirare differenti sezioni che elenco qui di seguito:

Verso la casa esatta
Centrale nella produzione di Ponti è il processo di ricerca compiuto nella definizione della casa esatta, o an-cora meglio adatta alla vita di chi la abita, la vita moderna dell’uomo moderno. Una ricerca che parte dalle Domus tipiche milanesi, ossia dalle origini della tradizione domestica, viene portata avanti sulle pagine delle riviste dirette da Ponti “Domus” e “Stile”, per trovare un punto di arrivo nell’appartamento Ponti in via Dezza – connotato da spazi fluidi e ambienti in relazione visiva tra loro – e infine suggerire una declinazione del proto-tipo in più tipi applicabili ad alloggi standardizzati, a basso costo, ma sempre in grado di adattarsi alle esigen-ze dei propri abitanti, all’interno di edifici sviluppati in altezza come i modelli studiati per FEAL.
Abitare la natura
Al centro dell’invenzione progettuale la Natura instaura una relazione biunivoca e osmotica con l’architettura. È evidente nel momento in cui Ponti usa portici, terrazze, pergole e verande, logge e balconi come elementi architettonici che proiettano l’architettura fuori, e al tempo stesso portano la natura dentro. La Natura per ec-cellenza si manifesta per Ponti lungo le coste del Mediterraneo, culla dell’architettura antica ma anche di quella moderna, di cui sono espressione i progetti studiati con Bernard Rudofsky tra la fine degli anni ’30 e l’inizio degli anni ’40. Il rapporto tra architettura e natura negli anni ’70 e ’60 si fa più concettuale e prende forma in progetti più organici e quasi intimi come la casa detta lo Scarabeo sotto la foglia e la villa per Daniel Koo in California.
Classicismi
Una stagione, quella degli anni Trenta, che offre a Ponti l’occasione per cimentarsi con grandi progetti, per lo più su committenza pubblica, connotati da una visione multiscalare, capace di integrare la dimensione urbana con quella del dettaglio. Nel progetto di concorso per il Palazzo dell’Acqua e della Luce all’E’42 e poi nelle sedi universitarie di Liviano e Palazzo del Bo a Padova e della Scuola di Matematica nella Città Universitaria di Roma, oltre a instaurare un dialogo tra architettura e arte, Ponti parte dalla scala monumentale per appro-dare al disegno degli spazi interni e degli arredi. Un simile orientamento lo guida nel disegno del milanese Primo Palazzo Montecatini, indiscutibilmente un monumento al lavoro, replicato e ribadito venti anni più tardi dal secondo Palazzo.
Architettura della superficie
Progetti come l’Istituto italiano di Cultura di Stoccolma o l’Istituto di fisica nucleare a San Paolo del Brasile rappresentano l’espressione compiuta di un pensiero progettuale che ragiona per piani piuttosto che volumi. La facciata diventa superficie bidimensionale da bucare e piegare come un foglio di carta. Nelle ville realizza-te a Caracas e a Teheran, anche forte di una committenza illuminata e facoltosa, Ponti alleggerisce l’involucro che si stacca da terra e dispiega tutta la sua abilità nel gestire piante articolate in cui gli spazi do-mestici si susseguono e si fondono, con soluzioni di arredo e interventi artistici integrati nell’architettura. Que-sti lavori inoltre attestano la dimensione internazionale raggiunta dall’opera di Ponti negli anni Cinquanta.
L’architettura è un cristallo
Il più noto ed eloquente aforisma di Ponti ne esprime l’idea della “forma finita” come garanzia di un’architettura giusta: Non il volume fa l’architettura, ma la sua forma chiusa, finita, immutabile. L’Architettura […] quando è pura, è pura come un cristallo, magica, chiusa, esclusiva, autonoma, incontaminata, incorrotta, assoluta, definitiva. L’essenza sfaccettata del cristallo si manifesta nella pianta, con un profilo sfuggente fatto di angoli che si moltiplicano e rincorrono senza mai trovare l’assolutezza di due facce ortogonali, e nelle su-perfici traforate e sospese che ne conformano gli alzati.
Un metodo coerente e univoco che si ritrova sia in progetti imponenti come il Denver Art Museum o la cappel-la di San Carlo a Milano che nella piccola scala del design nelle maniglie per Olivari, nei lavabi per Ideal Standard, nelle piastrelle ceramiche o nella carrozzeria per un’automobile chiamata, non a caso, Diamante.

Facciate leggere
La storia dell’umanità, sosteneva Ponti, avanza dal pesante al leggero, dal grosso al sottile: la profezia della “leggerezza” auspicava l’avvento di “uno stile leggero e trasparente, semplice, collegato ad un costume socia-le semplificato”.
La leggerezza per Ponti non è dunque una metafora letteraria, ma la risposta ai modi di costruire del XX se-colo, tanto da attribuirle un valore etico prima ancora che formale.
Le facciate degli edifici sono pertanto “superfici intatte, sono come il foglio di carta bianca” su cui le finestre avviano il “gioco arcano dell’Architettura” che si smaterializza come nell’esito finale della
Con-cattedrale di Taranto, dove il cemento diventa aria e luce. Anche negli studi sulla prefabbricazione, nei palazzi per uffici Ina e Savoia a Milano o negli edifici governativi a Islamabad, il gioco delle facciate traforate sconfigge la pigra ripetitività dei prospetti.
Apparizioni di grattacieli
L’aspirazione alla leggerezza si traduce in aspirazione alla verticalità nel momento cui viene applicata a edifici da inserire in un contesto urbano consolidato. Lo sviluppo verticale consente infatti un’occupazione limitata di suolo e permette a Ponti di preconizzare l’apparizione di grattacieli nello skyline delle città moderne. Nella sua progettazione di edifici alti la pianta rimane però una forma finita, chiusa e del tutto inedita. Negli studi dei grattacieli a pianta triangolare l’impianto è funzionale a un moltiplicarsi di visuali continue, un simile trattamen-to di facciate leggere lega i progetti per le torri a Montreal e per il Cento italo-brasiliano a San Paolo, ma il grattacielo pontiano per eccellenza è il milanese Pirelli, sintesi di molti temi progettuali presenti nella mostra.
Lo spettacolo delle città
A livello urbanistico Ponti mette a punto un’idea di città che è intimamente legate allo sviluppo verticale dell’architettura. Ne dà prova sin dal 1937 nel progetto di sistemazione dell’ex scalo Sempione dove si batte per scardinare il concetto di quartiere giardino orizzontale in favore di una composizione organica di grandi ensemble disposti intorno a un largo viale alberato, che, dieci
anni più tardi (quando riprende in mano il progetto insieme a Mazzocchi e Minoletti) diventa il “Fiume verde”, una spina dorsale con impianti sportivi e alti edifici collettivi. Anche alla piccola scala del paese montano di Chiavenna, la sua proposta di una “città scolastica” riflette la visione organica di un quartiere dell’educazione integrato all’edilizia del centro storico.

Un uomo dal pensiero originale e controcorrente, con un’eleganza e con un amore per l’architettura per l’uomo, per esaltare gli spazi, la luce, la forza delle forme e la capacità d’immaginare una Natura immersa negli spazi urbani perfettamente integrati nella freschezza della vita della città.

Maxxi Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Via Guido Reni 4A Roma