per conto di Tiziana Catonio

Al Safran, emiro e pascià di tutti i fiori, era molto orgoglioso delle sue origini antichissime. Testimonianze storiche risalenti a circa 50 mila anni or sono documentano già l’esistenza dei suoi antenati e spesso se ne ritrovano anche  nei geroglifici o nelle pitture rupestri della preistoria. Addirittura  il racconto della nascita della sua specie è  menzionato  nei miti di ogni latitudine.

In quelli greci, il mortale Krokos, essendosi innamorato della ninfa Smilex, venne tramutato dagli dei che si opponevano al loro amore nel bellissimo fiore di zafferano e la ninfa nella sempreverde pianta del tasso. Sulla stessa terra, per l’eternità, vicini ma immobili e impossibilitati persino a toccarsi.

Infatti, Al Safran era niente po po’ di meno che, il fiore della pianta di zafferano. Parlava moltissime lingue perché dal Medio Oriente, a bordo di navi fenicie con occhi dipinti ai lati per difendersi dalle ire degli dei malevoli, era approdato in Europa. Dopo aver girato diversi Paesi aveva deciso di stabilirsi in Sardegna, nel Medio Campidano, dove l’aria del mare entrava salmastra e iodata a benedire distese lilla a perdita d’occhio.

In quella terra aveva trovato genti simili, nei colori e nei cuori e nell’idioma veloce, aspro e cantilenante, che gli ricordavano la sua terra d’origine. E, d’altronde, per far nascere tanta bellezza c’era bisogno di sole, mare e maestrale. Insomma di natura meravigliosa e selvaggia e di uomini e di donne pazienti e silenziosi, capaci di accarezzare petali con delicatezza sorprendente, inimmaginabile sotto le pelli bruciate dal sole.

Al Safran, in quanto saggio anziano della sua comunità, si occupava dell’istruzione dei giovani fiori del campo di Efisio. Il racconto orale della memoria, da tramandare di padre in figlio e di figlio in nipote.

Raccontando, spesso il suo sguardo si smarriva su quegli innumerevoli esemplari, a prima vista tutti uguali, ma ad un occhio attento come il suo, tutti impercettibilmente diversi ed ognuno con un profumo distintivo, personale.

Nei secoli, avevano contribuito in maniera eccellente e nobile all’evoluzione umana. Con il giallo intenso estratto dagli stimmi e usato come tinta, si erano colorati i mantelli di imperatori ed eroi di tutti i tempi. E poi artisti a tingere  stele e tele e poi mosaici e vetrate. Medicamenti e infusi e decotti per ogni esigenza e poi ancora profumi per gli ambienti e per la persona.

Piscine di case patrizie erano ornate da questi meravigliosi fiori e addirittura  l’acqua era  profumata con il loro estratto. Anche i cuscini degli ospiti illustri venivano aspersi con questa essenza sorprendente.

Purtroppo però, con il passare del tempo, tutte queste delicatezze si persero di porto in porto. Si scoprì la spezia che se ne poteva estrarre e di lì a poco il fiore di zafferano fu associato automaticamente all’arte culinaria.

Al Safran ne soffriva. La loro leggendaria nobiltà in un pugno? Costosissimo, sì ma finire per essere il decoro aromatico di un risotto alla milanese non era esattamente ciò che si aspettava per un fiore della sua stirpe.

Dibattiti e mormorii si levavano dalle valli odorose e a forza di sollevare animi giovani e forti, decisero tutti insieme di organizzare una piccola rivolta. Durante la lenta raccolta manuale, fiore per fiore, decisero di tingere le mani di Efisio, contadino che aveva imparato l’arte di coltivarli,  di sua moglie e delle loro figlie. La tintura fu così intensa che ci vollero giorni per mandar via quel colore da pelle e unghie. Pure i vestiti si colorarono indelebilmente di quel giallo che ricordava lustri e imperi.

Una mattina, una fila di fiori, abbracciandosi l’un l’altro, fecero inciampare e cadere Brigida, moglie di Efisio, che di quella caduta conservò per tutto il giorno un meraviglioso profumo sugli abiti e sui capelli e non solo l’escoriazione al ginocchio.

Un’altra mattina, approfittando del maestrale, un fiore volò sulla chioma riccioluta e corvina della figlia maggiore di Efisio. Quando lei se ne accorse, guardandosi allo specchio, istintivamente arrossì, scoprendosi bella, le gote intonate alla riga sanguigna dei petali, tanto che decise di acconciarsi in quel modo la sera della festa del paese, indossando il suo vestito preferito, casualmente proprio dello stesso colore del fiore imprigionato nei ricci stretti e corvini.

Questi episodi si succedettero a ripetizione ed Efisio che incominciava a notarli, sembrava di tornare indietro nel tempo, quando nella casa padronale vivevano i suoi nonni. Alle sere intorno al grande camino, dove tutti i bambini, lui, i suoi cugini e i suoi fratelli, restavano in silenzio ad ascoltare le storie bellissime che raccontava nonna Bonaria.

Ricordò come la nonna, ultracentenaria venuta a mancare da poco, curasse i malanni suoi e di tutta quella grande famiglia con impacchi, decotti e tisane di zafferano.  Il cestino dei fiori lilla sempre al centro della grande tavola. I sacchetti odorosi negli armadi, la polvere pronta per tingere i tessuti e poi, certo, anche ingrediente immancabile in cucina. Chissà che non fosse proprio questo il segreto della sua longevità… La rivide nei suoi pensieri, la lunga treccia nascosta nel fazzoletto a fiori, stringerlo a sé e il ricordo vivido del profumo buono che l’avvolgeva e l’accompagnava per tutto il giorno e per tutti i bellissimi sogni delle sue notti. Profumo di zafferano…

Allora ebbe un’idea. Chiamò a raccolta fratelli, cugini e nipoti e in quella grande allegra riunione, che gli ricordava quelle della sua infanzia, illustrò a tutti il suo progetto imprenditoriale. Ognuno era invitato a partecipare secondo capacità e abilità personale. Basta zafferano solo per risotti! Avrebbero prodotto profumi per la casa e per la persona, medicamenti erboristici e infusi, oli essenziali, tinte per tessuti e fiori per decorazioni e…perché no! Anche spezie. Ma non solo. In quella terra ruvida, aspra, che mandava i propri figli in Continente per poter sopravvivere, avevano il dovere, ma anche la meravigliosa opportunità di poter ampliare le proprie vedute. Anzi di rivederle, come un viaggio a ritroso nel tempo.

A notte fonda, finalmente e ad una ad una, le luci di quella grande casa si spensero.

Quando l’ultima luce si spense, un coro di giubilo si levò dall’immensa distesa lilla. Al Safran fu acclamato e lodato da tutti, in un fruscio incredibilmente rumoroso di petali e foglie. Finalmente qualcuno si era accorto di loro!

Nella grande sala della casa padronale la luce si accese: erano tutti in piedi svegliati da quel rumore.

Efisio fece tacere tutti:

-Ascoltate-, disse Efisio -La nonna ci ha mandato il suo maestrale a cantare e profumare i fiori…-