C’era una volta un pastore.
Egli amava portare al pascolo le sue pecore nei posti più ricchi di erba verde, dove il cielo toccava i picchi e la grande montagna non sembrava così spaventosa.
Lui solo conosceva il sentiero senza correre il pericolo di far precipitare il suo gregge, nessuno era riuscito a carpirglielo in tanti anni. Partiva sempre di notte, in modo inaspettato, alla fine dell’inverno o appena iniziata la primavera. Nessuno era a conoscenza del giorno in cui ciò sarebbe accaduto e nessuno avrebbe potuto dire come egli potesse aver certezza di quale fosse il momento propizio. Sta di fatto che lui lo sapeva.
Per ben cinque mesi l’anno, trascorreva tutto il suo tempo con le sue pecore lassù al pascolo montano. La strada gli era stata insegnata dal vecchio Mastro che da bambino lo aveva accolto come un figlio -lui che orfano sarebbe morto di fame- e l’aveva istruito di tutto il suo sapere.
Per ben venti e più anni la sua vita si era regolata nell’andirivieni tra i mesi dilatati invernali alla fattoria con la famiglia e i Pascoli delle Nuvole, come li chiamava lui, che tanto latte regalavano alle sue fattrici. Tanto latte significava formaggio profumato da invecchiare nelle ceste e molti agnelli da far crescere durante l’estate e il moltiplicarsi del gregge.
Pure, il Pastore invecchiava sul Sentiero e a volte stentava a riconoscerlo, sempre una pecora o un cane lo riportavano sulla retta via. Questa consuetudine, durata molti anni, divenne per lui faticosa e si accorse di non poter continuare a seguirla. Era tempo che qualcun altro prendesse il suo posto e il Sentiero non andasse disperso.
Decise allora, in quella primavera, di portare i suoi due figli gemelli.
Si preparò a dare la notizia ai ragazzi che ormai avevano compiuto i loro sedici anni.
Rou e Chariot, due scanzonati ragazzi, erano cresciuti con la sorella più piccola, dalla quale mai si separavano, Angèle. La ragazzina, nonostante la sua tenera età, sapeva essere coscienziosa e spesso portava la pace tra i due monelli. Angèle desiderava essere della compagnia. Il pastore nicchiava ogni volta che la figlia gli chiedeva se un giorno avrebbe portato anche lei. Quell’anno però la ragazza sembrò più insistente con le sue domande e suo padre fu costretto a darle una risposta: -No, tu non potrai venire. Sei ancora troppo giovane e poi non è lavoro per te. Non sarà la tua ostinazione a convincermi!-
Il pastore desiderava che sua figlia restasse alla fattoria, la mamma avrebbe potuto aver bisogno d’aiuto e poi, non si era mai sentito che una donna potesse conoscere dei segreti e il Sentiero poi!
Soprattutto non Angèle cocciuta ragazzina che pensava troppo e troppo parlava con leggerezza.
No, no roba da uomini, da pochi eletti e non da femminucce.
Angèle rimase male anche se apparentemente tornò ai suoi giochi e più non parlò del progetto di percorrere il Sentiero, d’altronde la primavera sembrava tardare.
Ma un bel mattino Angèle fu svegliata dal cinguettio del passerotto che tornava ogni anno ad annunciarle l’arrivo della primavera e balzò dal letto con la segreta certezza che fosse giunta l’ora. Il recinto vuoto le confermò il sospetto. Santo cielo erano già partiti!
Preparò in fretta e furia una bisaccia con una coperta e un cappellino di paglia e si precipitò in cucina a preparare un cestino con pane e formaggio.
La mamma aveva già attizzato il fuoco e impastava il pane.
-Dove stai andando monella?- le chiese con gli occhi gaietti
-A raggiungere il babbo!- rispose inforcando la porta Angèle
-Sono partiti da un ora, se corri li raggiungi! Verso nord-est cara!-
Angèle seguì il suggerimento della mamma e a piccoli trotti cominciò a seguire le orme che le pecore avevano lasciato via via.
Intorno al mezzodì raggiunse i tre.
Appena la videro con le guance arrossate e i capelli scomposti nella corsa a perdifiato la rimproverarono:
-Ti pare questo il modo di imporsi? Non t’aveva detto il babbo che non era cosa per te femminuccia?-
Angèle s’avvicinò al pastore in cerca di protezione e di una sua parola ma il padre rimase in silenzio ad osservare i suoi figli.
Angèle si fece coraggio: -Se è per questo, non dicevi babbo che dopo due ore sarei morta di fatica? Beh, io sono qui, ho corso a perdifiato e non sono stanca. Voi che fate sotto l’olmo, già stanchi?-
Il pastore guardò sua figlia, gli occhi pieni di calda e vivace letizia, le gote rosse dal desiderio di andare e non ebbe cuore di scacciarla indietro, d’altronde quella ragazzina precoce, più di ogni altro gli ricordava i suoi anni d’infanzia, quando allegro e felice sapeva affrontare il sentiero con tutta la passione e la gioia di chi sa che va verso i pascoli alati che sveleranno misteri.
I suoi figli, benché adulti e in salute sembravano tordi a cui imbeccare il pasto nel gozzo e non sentiva che una mera tensione di chi vuol dimostrare senza saper cosa trovare.
-Ebbene il padre dell’universo ti ha permesso di trovarci, egli ti accoglie, dunque perché io dovrei mandarti indietro?-
Rou e Chariot, ingelositi si immusonirono, ma ben presto la sorella con la sua gioia li contagiò e il gregge e i suoi portatori proseguirono più lesti e entusiasti che prima.
Giunsero al primo pascolo che era pomeriggio inoltrato. Il sole ancora illuminava la piccola radura, bisognava però preparare la notte, mentre le bestie brucavano felici l’erba fresca.
I ragazzi e il pastore andarono a cercare legna e paglia per costruire un giaciglio e Angèle fece un cerchio di pietre per accendere un fuoco.
La notte giunse con il manto delle stelle a illuminare gli occhi dei fanciulli…. Il pastore prese il flauto e intonò un dolce canto per far dormire tutte le pecorelle e per ringraziare di quel giorno lieto.
Angèle osservava il cielo e costruiva la trama dei suoi sogni di bimba.
Giorni su giorni passarono. Dolcemente marzo scivolò veloce su aprile e maggio fu alle porte, i nostri continuarono a salire verso i pascoli delle nuvole, l’aria diventava sempre più rarefatta e spesso al mattino presto non era possibile mettersi in cammino perché i piccoli polmoni dei ragazzi non erano abituati a quelle altezze e più di una volta qualcuno rotolò a terra svenuto. Angèle quando sentiva un capogiro si fermava, chiudeva gli occhi e respirava profondamente attraverso il naso e l’onda che avrebbe potuto abbatterla la teneva in piedi. Rou e Chariot cominciarono ad imitarla e il cammino continuò tranquillo e pacifico. Attraversarono una catena di monti e le pecore diventarono più floride e gonfie di lana.
Al tramonto, i ragazzi mungevano il latte e il pastore con l’aiuto di Angèle, lo lavorava per farne del buon formaggio o del burro da spalmare sulle focacce calde arrostite sulle pietre.
Il pasto, insegnò il pastore, era il momento della concordia e del ringraziamento al creato tanto più quando si era nel cammino lungo un Sentiero impervio, che occorreva saper riconoscere e percorrere con calma e con l’aiuto di tutto l’universo, delle montagne stesse che avrebbero concesso d’essere solcate. Egli ringraziava la forza celeste per l’acqua fresca di fonte che dissetava la loro sete e quella delle bestie, per il pane fragrante che riuscivano a cuocere grazie al fuoco e per il formaggio fresco che la generosità delle pecore permetteva loro di mangiare.
Tutte le sere i ragazzi, aspettavano che il pastore si sedesse e iniziasse la lezione sulle stelle, sull’universo, sulla vita. Egli conosceva tutte le leggende e le costellazioni diventavano la personificazioni degli eroi immaginari che ogni sera prendevano forma davanti ai loro occhi e nei loro sogni.
-Babbo perché occorre imparare le stelle e il loro significato? Perché perdere ore di sonno per imbastire favole a cui ormai nessuno crede più?-
-Ti dirò quel che mi disse il mio maestro quando feci a lui la stessa domanda. “Come potrai comprendere quale sia il vero Sentiero se non impari da coloro che l’hanno già percorso? Come potrai non perderti se non sarai messo in guardia sulle trappole che incontrerai e che altri, prima di te, hanno già sperimentato? Dunque, non dar credito alla superbia della tua giovane vita, essa è il peggiore di tutti i mali e spesso ti affliggerà in molti momenti della vita.” Figlio mio osserva dall’universo che è il nostro primo Maestro, la foglia non è sfrontata per la sua bellezza fragrante, né il cervo è irriguardoso con la montagna che lo accoglie nei suoi boschi. E l’aquila forse sottovaluta l’importanza di conoscere i venti?Quel che tu credi favole sono più vere dei sogni. Come può l’artigiano apprendere la sua arte se non si affida fiducioso al maestro che sa cosa occorre per divenire provetto? Un giorno spetterà a voi insegnare ciò che oggi a voi insegno. Le mie parole risuonano in quelle del mio Maestro e della mia vita, le tue un giorno, risuoneranno delle nostre e delle tue e il Sentiero non andrà disperso.-
Dopo aver percorso molte valli, un mattino giunsero ai piedi di un monte che il pastore chiamò Masso delle certezze e spiegò ai figli che non poteva essere superato prendendo il sentiero che si apriva davanti a loro, era pericoloso avventurarsi su quel limitare, l’unico mezzo per superarlo e poter giungere nella valle del Paradiso era salire dal lato opposto, aggirare: -Ecco, vedete- disse girandosi verso sinistra e mostrando loro un piccolo promontorio al masso collegato – solo affrontando il monte delle Argomentazioni divergenti e le gole delle Argomentazioni convergenti potremo vincere il Masso delle certezze e giungere nella valle del Paradiso terrestre-
Angèle curiosa chiese al padre quanto avrebbero impiegato per raggiungere infine la loro meta e il pastore, carezzandole i bei capelli le disse:
-Quando si percorre questo sentiero lo spirito della montagna fa scorrere il tempo al contrario, ciò che sembra breve è lungo e ciò che è lungo è breve. Non avere fretta su questo Sentiero, il tempo non è perso qui, quando avremo oltrepassato -.
Proseguirono salendo verso il monte delle Argomentazioni divergenti. Dopo due ore Rou e Chariot si misero a litigare contendendosi un flauto di legno che il babbo aveva intagliato e non si resero conto dell’allontanamento di due pecore dell’ultima fila. Il pastore preoccupato di perderle fu costretto a fermarsi e ad andare alla loro ricerca. I due ragazzi continuarono a lagnarsi l’uno dell’altro senza comprendere perché il pastore li avesse lasciati al controllo della testa del gregge, compito impegnativo per loro due, solo per andare a cercare due stupide pecore!
Angèle rimase al posto che suo padre le aveva assegnato assieme ai cani, perché non vi fossero altre fughe. Dopo una buona mezz’ora il pastore tornò indietro e obbligò i due ragazzi a seguirlo per cercare le due smarrite, il compito era troppo arduo per lui solo. I ragazzi, controvoglia, lo seguirono. Passarono due ore e nessuno tornò.
Angèle cominciò ad aver paura. Ripeté a sé stessa che suo padre era un pastore esperto, ogni anno ripeteva quella transumanza.
Quando il sole cominciò a tramontare la solitudine e il buio la fecero tremare. Quel silenzio e l’oscurità sembravano celare tranelli e mostri che avrebbero potuto spuntare fuori all’improvviso. Solo il belare delle pecore la tranquillizzava. Non aveva preparato le focacce, né aveva munto le pecore, restava inebetita dall’ansia e dal timore di non vederli tornare, come pure di essere rimproverata dal pastore per il suo sciocco comportamento.
Rabbrividiva ma si controllava, le doleva il cuore ma tratteneva le lacrime.
Quando ormai la luna era già alta nel cielo e la paura stava per tramutarsi nel terrore che si fossero persi o precipitati, sentì in lontananza il flauto di suo padre e il cuore gorgogliò in un singulto di lacrime.
Allora si alzò dalla coperta su cui aveva consumato le sue paure e cominciò cantando su quel suono, a squarciagola. Tentava di rassicurarsi con il canto e, nonostante l’ora, iniziò a fare il proprio dovere. Accese un bel fuoco, preparò le focacce con il formaggio e attese intonando su quel suono leggero, la canzone della Speranza che suo padre le aveva insegnato nelle notti precedenti.
Eccomi bella,
perché t’affanni
son qui a guidarti
oltre i miraggi
lungo speranze
di piacer schietti
per regalarti
giorni provetti.
Il cuore balza
sotto il corsetto,
e si ritrova tutto gaietto,
sappi che aspetto
la tua lusinga
per far che il sonno
si meravigli
e ti conceda
sogni vermigli.
Guidati dal riverbero della luce del fuoco e dalla voce di Angèle, dopo aver vagato per oltre un’ora il pastore riconobbe il sentiero e raggiunsero il gregge.
Contarono che le due smarrite cadute dal sentiero le avevano trovate in un rovo, il vello attorcigliato e difficile da districare. Ci erano volute le forbici del babbo per tagliare i rami secchi e ripulire le ferite che si erano inferte. Quando erano pronti a proseguire avevano compreso di non riuscire a trovare un guado in quella foresta. Senza punti di riferimento avevano atteso la notte per potersi orientare con le stelle. Quella notte però, la luna era troppo piccola e le nuvole la coprivano, il babbo aveva intuito che l’unico modo fosse sperare di farsi udire o riuscire a valutare la distanza di Angèle. Aveva allora intonato la musica con il flauto e per fortuna, non avevano tardato a sentir risuonare nella valle la voce della sorella dalla quale si erano lasciati guidare, camminando come dei ciechi al buio.
L’avventura gli aveva insegnato che viaggiare insieme significava preoccuparsi del compagno di viaggio come di sé stessi e che le argomentazioni degli altri erano necessarie quanto esprimere le proprie, che in mancanza di esperienza, è saggio saper ascoltare.
Quella notte Rou, Chariot e Angèle si addormentarono abbracciati, certi che ognuno di essi avesse un posto speciale in quel viaggio.
-Babbo, perché non volevi che io venissi con voi? La vera ragione, te ne prego-. chiese Angèle quel mattino.
Il pastore, le si avvicinò e le accarezzò il capo: -Vedi figlia mia, non sempre si è capaci di essere veramente liberi; siamo sempre troppo schiavi delle paure, come tu sai e hai sperimentato ieri. Vero?- la ragazza annuì.
Il pastore proseguì: -Eppure c’è un padre che sa sempre cosa è la miglior cosa e la predispone senza che noi possiamo far null’altro che accettarla. Egli è il più saggio, il più lungimirante e sagace.-
-Come si chiama padre? Dimmelo, così che io possa chiamarlo ogni volta che avrò paura.-
Il pastore fece cenno di diniego: -Non servirà che tu lo chiami, egli è sempre con te. Basterà che tu chiuda gli occhi e inspiri il vento con il naso e lo sentirai nel tuo petto. Basterà che tu lo lodi con il tuo canto e udrai le sue carezze. Non sei mai sola, i suoi occhi sono vigili e amorosi e onnipresenti.-
Angèle sospirò alzandosi, doveva rigovernare le loro cose e prepararsi per una nuova tappa, erano appena giunti ai piedi delle gole delle Argomentazioni convergenti.
Ora sapeva che bisognava proseguire senza farsi atterrire dall’ansia o dalla paura, attendere il momento propizio per il passo successivo e credere che ogni cosa ha un senso, senso che non sempre le sarebbe stato chiaro, ma di cui sempre avrebbe confidato.
Si misero in cammino per affrontare il primo tratto del monte, la fanciulla in testa al gregge e padre e fratelli a controllarlo nel mezzo e nella coda. Angèle sentiva di essere piena di energie e le bestie non sembravano mai stanche, ad ogni tornante la ragazzina aveva la sensazione che il suo respiro fosse più leggero e l’aria più tersa e fresca, d’improvviso si sentiva così carica di certezze e così desiderosa di arrivare alla sua mèta.
Giunsero in una piccola radura e decisero di fare una pausa per far brucare le bestie liberamente e riposarsi.
I ragazzi si misero a tagliare legna e a incidere delle canne per farne dei flauti simili a quello che il padre intonava.
Angèle si distese sotto un albero e chiuse gli occhi stanca. Si addormentò di un sonno pesante dal quale si svegliò dopo diverse ore.
Il sole aveva ormai raggiunto l’orizzonte e in poco meno di una mezz’ora avrebbe fatto buio, le pecore erano sparse qua e là a piccoli gruppi, i suoi fratelli giocavano a farsi dispetti e rincorrersi, ma erano sostanzialmente tranquilli, di suo padre non vide che il berretto abbandonato sopra un masso.
Si alzò preoccupata e girò attorno a quella radura cercando di focalizzare dove potesse essere il pastore, ma di lui non v’era traccia. Allora andò incontro a Rou e Chariot: -Il babbo era con voi? Dove è andato?-
Chariot rispose:
-Non era con te il babbo?-
-Se così fosse, credi che lo avrei chiesto?-
Rou tentò ci rassicurarli: -Non preoccuparti sarà andato in avanscoperta, tornerà prima che faccia buio.-
La ragazza annuì, eppure non era da suo padre sparire a quel modo senza avvertirli.
Guardò verso il sentiero che si inerpicava: -Io vado a cercarlo prima che tramonti il sole, voi restate qui a governare il gregge.-
I fratelli protestarono: -Perché dovresti andar tu a cercarlo? Siamo noi gli uomini, tu dovrai attendere qui, sapremo far meglio di te!-
Angèle stava per cedere, il ricordo però del giorno precedente e le parole che le aveva detto suo padre montarono la sua ribellione alla prepotenza dei fratelli: -L’essere uomini non vi farà aver vista più aguzza o abilità prodigiosa più di quanto non ne possa aver io. Anzi, la vostra forza e prestanza meglio impiegata sarà nel tenere il gregge compatto attendendo il nostro ritorno.-
Rou e Chariot pur lamentandosi, non riuscirono a fiaccare la convinzione di Angèle che ebbe la meglio.
La ragazzina procedeva a zig zag, cercando di guadagnare sempre più il costone della montagna, immaginava che dovesse esservi una radura e si augurava di trovare lì suo padre, a riposare e non si rese conto di allontanarsi. La salita era faticosa e mille dubbi si affollarono alla mente tanto da far vacillare la sua iniziale ipotesi. Aveva intonato qualche canzone e sperava prima o poi di sentire il fischio di risposta di suo padre, invece la valle continuava a rimandarle indietro l’eco della sua voce.
Quando si voltò indietro, vide a molta distanza le pecore raggruppate in fondo al vallone mentre il sole tornava a nascondersi dietro le montagne alle sue spalle. La montagna l’avvolse con il suo manto scuro e Angèle si sentì sola e soprattutto rimpianse di non aver voluto portare con sé almeno uno dei suoi fratelli.
Arrivò alla radura che era buio pesto e del padre non trovò nessuna traccia. Al contrario il silenzio sembrava quasi rimbombarle nelle orecchie e mille rumori, anche quelli prodotti dai suoi passi alimentavano le sue paure.
Decise di fermarsi e tornare indietro. Un sibilo fece sobbalzare il suo cuore, sua madre l’aveva raccomandata, di mantenere sempre un fuoco acceso al buio, soprattutto nelle vicinanze dei boschi, dove animali affamati erano a caccia di prede.
Improvvisamente, tutte le fiabe raccontate dai nonni davanti al camino la notte di Natale, sembrarono prendere forma.
Angèle si alzò e cominciò a correre giù per il pendio che qualche ora prima, con fatica, aveva guadagnato a grandi falcate.
Correva a saltelli cercando di evitare buche e sassi del terreno. La paura alle calcagna e il vento a soffiarle nelle orecchie: -Angelina… Angelina…- sentiva rimbombarle nella testa e la paura diventava più grande e lei si faceva più incauta….
Aveva già ridisceso un bel tratto che rotolò a terra e sbatté con il braccio destro contro la punta di una roccia. Un dolore lancinante le tolse d’un colpo tutte le forze e cadde svenuta a terra.
Un solletico sulla guancia le spalancò gli occhi, davanti a sè, un piccolo animaletto color cioccolato la guardava con i suoi occhietti scuri. Sembrava non temerla, le aveva leccato la guancia e si era allontanato lesto di qualche metro. Angèle si sollevò, il braccio le doleva e non riusciva a muoverlo, allungò la sciarpa che teneva al collo e vi appoggiò il gomito decisa ad alzarsi. Quell’animaletto non le aveva fatto nulla ma non c’era da fidarsi nella foresta.
-Non alzarti, sei debole e a quest’ora è meglio per te restare dove sei- disse una voce nasale.
La ragazzina si guardò attorno spaventata e decisa ad andarsene il prima possibile. La voce continuò: -Dico a te sciocca pastorella!-
Angèle fece qualche passo, una scarica di pigne la colpì sulle gambe.
-Ehi ehi ma chi diavolo è che parla?-
-Sei cieca? Sono davanti a te, ti ho tenuta al caldo con la mia famiglia e tu è così che mi ripaghi?-
-Ma insomma! Chi sei? Io non riesco a vederti! Non c’è un filo di luce, neanche la luna mi aiuta?- gridò Angèle.
Il piccolo animaletto saltò sulle sue ginocchia: -Smettila di fare tutto questo baccano! Vuoi che si svegli mamma orsa?-
Angèle saltò in piedi spaventata.
-Mi chiamo Antoine e se cominci col guardare ai tuoi piedi sarà meglio!-
Angèle si mise ginocchioni e la piccola marmotta le si avvicinò leccandole le mani.
-Siamo pacifici. Non mi far pentire di aver mobilitato tutto il villaggio per scaldarti. Avevano tutti paura di te, ma io ho girato un po’ il mondo e ho capito subito che eri solo una ragazzina sfortunata.-
Angèle era stupefatta, ma non volle farsi troppe domande.
-Mi puoi aiutare a ritrovare mio padre?- gli chiese.
Antoine si grattò con la coda su uno spuntone di roccia e con le zampette si sfregò i denti, un suono acuto risuonò nella valle.
La ragazzina lo guardò interrogativa, ma dopo pochi minuti vide decine di marmottine uscire dalla terra e andare incontro ad Antoine e poi dirigersi verso di lei.
-Dicono che tuo padre ha fatto un brutto incontro. Loro l’hanno visto passare di qui qualche ora fa, lo seguivano due uomini che poi lo hanno portato via con loro-
Angèle scoppiò a piangere.
Antoine le si avvicinò: -Non piangere, non piangere…. Uno dei miei amici ha visto dove l’hanno portato. Sta bene. Ti portiamo da lui. Ma ci vuole cautela, ci vuole calma, ci vuole astuzia!-
La marmotta si accovacciò in grembo alla ragazzina, continuando a strusciarsi con il musetto su di lei.
Angèle lo prese in braccio e si fece consolare da quell’esserino così piccolo e dolce che sembrava conoscere le risposte che stava cercando.
Si addormentò così avvolta dalla pelliccia delle marmotte che avevano creato un letto per tenerla al caldo.
Al mattino le portarono un po’ d’acqua su una foglia di malva e delle nocciole da sgranocchiare. Angèle aveva ancora dolore al braccio ma si sentiva meglio. Doveva raggiungere i fratelli ed escogitare un piano per liberare il padre.
Antoine le aveva indicato le grotte dove era stato portato il padre e le aveva spiegato che quegli uomini erano dei tagliaboschi di frodo e suo padre era stato sorpreso a spiarli. Ringraziò la marmotta ed i suoi compagni e riprese la marcia verso il gregge.
I fratelli dormivano ancora quando Angèle arrivò. Il fuoco era ormai spento e i ragazzi ancora un po’ intontiti l’abbracciarono sollevati dal fatto che fosse ancora viva.
-Dobbiamo liberare il babbo. Le marmotte mi hanno indicato dove è stato portato.-
-Credo che la paura di questa notte ti abbia confuso le idee…- suggerì Rou e Chariot scoppiò a ridere sollevato.
-No, credetemi, se non fosse stato per quelle creaturine io sarei morta di freddo stanotte e forse qualche orso mi avrebbe sbranato… sono loro che mi hanno informato su ciò che è accaduto ieri. Il babbo è stato rapito dai bracconieri-
I fratelli scoppiarono a ridere e Angèle si arrabbiò moltissimo, era quasi impossibile farsi prendere sul serio dai suoi due scellerati e scanzonati fratelli.
La ragazza si alzò esasperata:
-Beh, visto che non mi credete venite a vedere con i vostri occhi. Conosco la grotta dove lo hanno lasciato legato… dobbiamo andare subito! Liberarlo prima che tornino e possano fargli del male.-
Rou e Chariot le andarono dietro e la fermarono:
-Perdonaci Angèle, forse tu hai tutte le ragioni. Ieri sera abbiamo passato delle ore piene di apprensione per te e il babbo. Ora se tu dici che lui è in una grotta, anche se non riesco a credere a ciò che hai raccontato, non posso che affidarmi a te e sperare che davvero sia così, altrimenti non saprei proprio dove cercarlo.-
Decisero così di lasciare Rou a guardia delle pecore e raggiungere il pastore, si portarono un paio di bastoni per difesa.
Il sole era sorto da non molto, i cacciatori dovevano inoltrarsi nel bosco per recuperare la selvaggina catturata con le tagliole durante la notte. Entrarono guardinghi nella prima grotta, un fuoco spento fumava sull’adito e poco più internamente un fagotto di stracci giaceva a terra.
-Babbo!- gridò la ragazza
Il fagotto si rotolò su sé stesso e la faccia del pastore paonazza e in allarme emerse:
-Presto! Presto!- farfugliò dalla bocca bloccata da una cordicella che gli impediva di parlare e tantomeno urlare.
Chariot tagliò le corde che lo tenevano legato e lo rifocillò con dell’acqua.
Velocemente si allontanarono dalla grotta, prima che qualcuno potesse tornare e divenire una minaccia per tutti.
Trafelati raggiunsero il gregge per continuare il cammino, vincere il Masso delle certezze e finalmente godere della valle del Paradiso terrestre, l’ultimo pascolo prima di giungere alla Catena della conoscenza profonda dove le greggi avrebbero potuto nutrirsi con l’erba verde e grassa dei pascoli delle Nuvole.
Tuttavia, furono concordi che quella brutta avventura aveva permesso al babbo di imparare a non sottovalutare mai il prossimo e ad Angèle di apprendere il linguaggio delle marmotte, intravedendo un mondo sotterraneo che fino ad allora era misconosciuto e misterioso.
I quattro viandanti uscirono dalle gole delle Argomentazioni convergenti con maggiori certezze di quando vi erano entrati, con lo spirito di chi sa che ogni cosa può cambiare rapidamente e inesorabilmente quanto più crediamo di conoscere e avere la verità in tasca.
Angèle non lasciava mai il fianco di suo padre e i due ragazzi si divisero il compito di tenere in testa e in coda la vigilanza del gregge. Cantavano allegri, con lo sguardo rivolto verso l’alto, verso quella mèta; l’unione delle loro forze aveva permesso a ciascuno di esprimere la forza migliore, ritrovare il pastore e tornare a solcare il cammino con la gioia nel cuore.
Al loro passaggio il verde dei prati raddoppiava in lucentezza.
Il vento accarezzava i capelli di Angèle, la lana delle pecore cresceva rigogliosa e un profumo di latte e fiori sembrava mescolarsi e spandersi attorno a quella carovana.
Il Masso delle certezze divenne sempre più piccolo e tutti e tre si ritrovarono ad oltrepassare il Valico.
La valle del Paradiso terrestre si estendeva davanti a loro.
-Ecco ora potremo riposarci un po’- disse il pastore.
I ragazzi uscirono dai ranghi e corsero a perdifiato giù per il vallone. Rou e Chariot si rotolarono a terra per godere del profumo dell’erba fresca, Angèle ballava e atterrava sui fiori azzurri, viola, gialli e rossi sotto i suoi piedi.
Il pastore intonò una musica dolce.
Angèle chiuse gli occhi e recitò:
Venni a te,
d’amore nudo
calde vesti
sul mio cuore
hai imbastito.
Piansi
lacrime amare e,
di fame
i morsi ho patito,
mai negasti
ai miei occhi
il sorriso.
Tu mio pane,
mio tutto,
dal tuo seno
il tuo latte
ho assorbito.
Giunse
il giorno infinito,
nel calor
d’un abbraccio
pelle e cuore
ho posato.
Dal tuo ventre
tornato,
gloria e
pace nunciò
intero, il creato.
Giunge al cuore
e alla mente
l’ambascia:
sicché il certo
d’universo
sia bandito e
finanche
l’incerto atterrito.
Le ultime parole della ragazza furono accompagnate dall’applauso del pastore e dei ragazzi, Angèle e i suoi fratelli si ritrovarono stretti nell’abbraccio del pastore:
-Ora so’ che avete compreso. Sappiate sempre mantenere questo amore fra voi perché è l’unica eredità che io vi lascio oltre al sentiero. Se uno di voi si smarrisse, gli altri dovranno cercare di farlo ritrovare.
Questo è il mio unico testamento e la mia unica volontà.-
-Padre e i pascoli delle nuvole?- chiese Chariot
Il pastore si sdraiò a terra con lo sguardo rivolto al cielo terso e solcato da nuvole morbide: -Chariot guarda oltre le parole, guarda oltre il tuo sguardo, cosa vedi?-
-L’immensità e infinità del cielo…-rispose il ragazzo, nel frattempo dispostosi in posizione supina per osservare meglio il cielo.
-Ecco, questi sono i pascoli per la tua anima, così come il paradiso terrestre è il pascolo per le greggi, qui potrai tornare ogni volta che ne avrai bisogno e quando sentirai che dovrai far ritorno da dove sei venuto-
Angèle si coricò accanto a suo padre e posando la testa sulla sua spalla gli chiese: – Perché ci hai portato qui padre? Perché ora?-
Il pastore sorrise e cercando gli altri due figlioli perché si avvicinassero li strinse a sé: -Perché non so quanto ancora potrò restare con voi, il mio tempo sta per scadere e io devo prepararvi alla vita, all’amore che ogni cosa include e sottende. Perché un giorno ci rincontreremo e gioiremo per il bene che alle nostre valli abbiamo potuto lasciare.-
I ragazzi spaventati si strinsero ancora più nell’abbraccio protettivo del pastore che commosso li baciò sulla fronte uno ad uno sussurrando le parole che non avrebbero mai dimenticato:
-Non temete figli miei, oggi sono vostro padre, un giorno voi sarete al mio posto. Perché ciò che sono, voi sarete, ciò che voi sarete, io sarò.-
P. Cantatore
